La vergogna della liberazione

Diversamente da molti tra coloro che mal sopportavano il governo che si è appena dimesso, proprio non me la sento di festeggiare. Si è parlato di fine di un regime, si è assistito a cori da stadio e scene di giubilo e, soprattutto, si è parlato di “liberazione”. Tuttavia, quella a cui abbiamo assistito non è, a mio avviso, la fine di un regime, ma solo una delle possibili implicazioni di un sistema che ciclicamente tende verso la democrazia ma che finisce disperatamente per allontanarsene.
Il governo Berlusconi è stato eletto democraticamente e in modo altrettanto democratico è stato “puntellato” nei momenti di maggiore difficoltà da parlamentari che hanno cambiato casacca per l’occasione. La legge lo consente. Così come gli consentiva di dirottare l’attività di Governo e Parlamento nella direzione di istanze che poco avevano a che fare con la cosa pubblica e molto con la sfera privata del premier e dei suoi sodali. In modo altrettanto democratico questo Parlamento si è formato attraverso la nomina di deputati e senatori per mano delle segreterie o (molto più spesso) dei “padroni” dei partiti eletti.
Noi cittadini abbiamo assistito, inermi, allo sfascio delle istituzioni e all’umiliazione dei principi costituzionali; abbiamo partecipato, anche solo con l’indifferenza o il tacito consenso, all’attività di costruzione di immaginari nemici comuni, a partire dagli stranieri per arrivare ai lavoratori pubblici, ai partiti e alla politica in genere. Siamo stati, insomma, ad un passo dalla denigrazione della democrazia stessa.
Ma in tutto questo, che ruolo ha giocato l’opposizione parlamentare? Qualcuno dice che mancavano i numeri per contrastare una maggioranza straripante. Qualcun altro che l’opposizione stessa era troppo divisa al proprio interno per concertare una vera azione comune. Ebbene, io non credo che l’attività dell’opposizione si debba esaurire in Parlamento. D’altro canto, le divisioni all’interno della coalizione di minoranza e delle sue stesse componenti sono ormai sotto gli occhi di tutti.
Quel che è certo, a mio avviso, è che la nostra democrazia ha perso un’altra occasione per maturare, dimostrando che una coalizione perdente alle urne può imparare la lezione, riorganizzarsi ascoltando le istanze dei suoi elettori, appoggiando le iniziative popolari che nei numeri dimostrano il concentrarsi di domande a cui rispondere e proposte a cui dar voce attraverso le istituzioni. Al contrario, ci si è concentrati sulla figura del premier, sfruttando ogni occasione per chiederne le dimissioni, su mozioni di sfiducia regolarmente respinte, su richieste di elezioni anticipate, alternate a proposte di governi di unità nazionale. Insomma, una bagarre infinita e inconcludente.
Poi è arrivato lo spread. Questo illustre sconosciuto ormai sulla bocca di tutti, questo spauracchio agitato da più parti come il colesterolo dell’economia, ormai fuori controllo a causa dello sfascio dei nostri conti pubblici e assolutamente da ridimensionare; e poiché abbiamo dimostrato ampiamente la nostra incapacità a trattarlo, ci hanno pensato i nostri partner europei. Detto, fatto. Il governo eletto democraticamente costretto alle dimissioni e avanti con un governo tecnico. Senza che l’opposizione abbia dovuto fare alcunché.
Insomma, “Le Monde” ha fotografato al meglio l’epilogo, parlando di un governo costretto alle dimissioni dai mercati e non dalla sinistra italiana. Ma io credo ancora nella democrazia.
Per questo non ho partecipato alla festa.

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