Allora anch’io…!

Da quando il governo dell’Italia è passato nelle mani dei tecnici, letteralmente si sprecano i consigli e le raccomandazioni suggeriti attraverso i media dai personaggi più svariati, siano essi giornalisti, studiosi o anche solo appassionati della materia. Poiché, a buon diritto, mi considero parte della terza categoria, ho deciso di dire la mia. Ma solo su lavoro e pensioni. Ormai è chiaro a tutti che i partiti si sono defilati dalla discussione, troppo spinosa e a rischio consenso, consegnandola interamente nelle mani dei vari tecnici, ministro o studiosi che siano. Quindi, c’è da credere che la manovra sulle pensioni assumerà le caratteristiche che da anni il ministro Fornero descrive nei suoi vari articoli e papers: eliminazione della pensione di anzianità, sistema contributivo pro-rata per tutti e flessibilizzazione in uscita con un minimo di età pari a 63 anni. Chi rimarrà al lavoro oltre i 63 anni sarà ovviamente premiato. Queste misure, a detta di tutti, porteranno notevoli risparmi di spesa, con quella caratteristica di strutturalità tanto necessaria all’intero sistema economico.

D’altro canto, si sente sempre più spesso parlare di interventi sulla legislazione in materia di lavoro, tali da garantire un cospicuo ridimensionamento del tasso di disoccupazione. Qui gli sviluppi sono meno chiari, ma le parole più spesso utilizzate sono: abolizione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori e introduzione del contratto unico.

Indipendentemente da ciò che si pensa dei rimedi proposti per ciascuno dei due problemi (pensioni e occupazione), ciò che mi sembra poco esplorata è una visione d’insieme che tenga conto delle ricadute possibili di un rimedio sull’altro. Perché dove c’è disoccupazione mancano, per definizione, posti di lavoro. E coloro che lavorano “occupano” posti che, qualora dovessero andare in pensione, si renderebbero liberi, con la conseguenza di consentire a chi non lavora di occuparli a sua volta. Logica vorrebbe, quindi, che si agevolassero i pensionamenti, anziché frenarli.

E non sono certo il primo a sostenerlo. Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, nel loro Il liberismo è di sinistra riportano una proposta del Senatore Nicola Rossi, che prevedeva il pensionamento anticipato di 100.000 dipendenti pubblici su un totale di quasi tre milioni e mezzo, e la sostituzione di due su dieci con nuovi assunti giovani. Poiché una pensione costa allo stato il 65 per cento del salario di un dipendente pubblico, si risparmierebbe anche se i nuovi assunti fossero tre per ogni dieci pensionati.

Ecco trovati circa 30.000 posti di lavoro con un risparmio di spesa. Non solo, in un momento di crisi profonda e di scelte drastiche, non vedrei nulla di male nell’accompagnare una tale misura con una riforma del mercato del lavoro che trovi applicazione a partire da questi nuovi assunti. Così come vedrei bene la correzione della proposta con una riduzione degli assegni pensionistici proporzionata agli anni in meno lavorati, oltre che, naturalmente, l’estensione delle misure al settore privato. E perché non pensare anche ad una applicazione retroattiva (se non fosse possibile tramite la riduzione degli assegni, magari con un incremento della tassazione) così da garantire che i sacrifici vengano davvero spalmati su tutte le categorie e generazioni?

Insomma, trovo profondamente ingiusto continuare ad erogare pensioni, a volte cospicue, a coloro che hanno lavorato tra i cinque e i trentacinque anni e costringere, invece, persone di altre generazioni a lavorare per quasi cinquant’anni.

Se proprio si deve stipulare un patto generazionale, questo non può funzionare a senso unico.

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