Trasparenza e merito

Immaginate un posto di lavoro che funziona più o meno nel modo seguente. L’anno volge al termine, voi siete convinti di aver fatto un ottimo lavoro. Poiché siete scrupolosi, andate a ricontrollare i compiti che il dirigente vi aveva assegnato a inizio anno. Confrontate gli obiettivi proposti con quelli raggiunti, spuntate il tutto e… voilà! Potete star certi che la vostra quota di produttività e/o progressione non ve la toglie nessuno. Quando sarà ora, il dirigente vi comunicherà la sua valutazione sul vostro operato, voi la potrete confrontare con quella ricevuta dai vostri colleghi, perché i dati non sono mai assoluti e per valutare dei dati relativi bisogna, ovviamente, confrontarli con altri dati. Insomma, tutti quanti sapranno che Tizio è stato valutato tot perché ha raggiunto o superato i suoi obiettivi, sapranno se il suo lavoro ha mantenuto una certa qualità e via dicendo. In questo modo, se anche non siete pienamente soddisfatti della valutazione sul vostro risultato, almeno sapete perché altri sono stati valutati come migliori. E di conseguenza, potrete tentare di migliorare anche voi.
Vi siete riconosciuti in questo quadro? No? Allora ve ne propongo un altro.

Nella seconda metà dell’anno il dirigente vi consegna una scheda con una serie di compiti e obiettivi da raggiungere, e subito vi chiedete: “E quello che ho fatto finora come lo valuteranno?”, tranquilli, non esiste risposta a questa domanda.  Verso fine anno, fatte le verifiche di cui sopra, al netto del periodo non coperto dalla scheda obiettivi, vi convincete che il vostro dovere l’avete fatto, eccome. Il dirigente vi chiama in ufficio e vi consegna un “pagellino” con una serie di cifre incolonnate: il totale è sicuramente minore di 100 (perché se raggiungi il massimo, negli anni seguenti non avrai margini di miglioramento, dicono) nonostante gli obiettivi assegnati siano stati ampiamente raggiunti. Chiedete spiegazione al dirigente e non ottenete che risposte vaghe e fumose. Intanto, per vie traverse siete venuto a sapere che Tizio è stato valutato meglio di voi, nonostante siate in grado di dimostrare che il vostro lavoro è stato migliore e quantitativamente superiore. Per questo, lui e Caio avranno una progressione orizzontale o una produttività più alta della vostra. Vi piacerebbe avere la possibilità di controllare i dati oggettivi, capire il perché, eventualmente farvene una ragione (che magari c’è) ma, niente da fare, la privacy, dice, non ci consente la pubblicazione dei dati. E la trasparenza della Pubblica Amministrazione, dite voi? Altra domanda senza risposta.

Basta. Indignati, proponete ricorso. Vi procurate schede, dati, copie su copie di pratiche, testimoni e chissà cos’altro e vi recate al colloquio. Muro di gomma. Le vostre pratiche ignorate, i vostri dati oggettivi confutati a parole, il vostro impegno quasi deriso da una consapevolezza che si fa largo nella vostra coscienza e che riecheggia voci di corridoio già sentite: “Ma, allora mi hanno preso in giro!”. Sconsolati, tornate al lavoro, in attesa dell’esito, scritto, del vostro ricorso. Magari, pensate, ricorro al giudice del lavoro. Anche questo, probabilmente, non sarà possibile, perché la risposta scritta non arriverà mai.

Vi ritrovate di più in questo secondo scenario? Ok, siete dipendenti pubblici. Come tali, continuate a sentir parlare di qualità, produttività e meritocrazia senza però vedervi riconosciuto il diritto di poter verificare, attraverso dati oggettivi, se quelli che “meritano” sono davvero i meritevoli. Perché dove il merito viene valutato sul serio, vale la trasparenza, che implica la possibilità di verifica delle decisioni, anche attraverso la pubblicazione della motivazione delle medesime. E fino a quando sarà possibile decidere con piena discrezionalità sulla destinazione delle risorse economiche, senza la possibilità di verifica, rimarrà aperta la strada del dubbio, legittimo, del sempre possibile arbitrio, delle carriere fondate su qualità che ben poco hanno ha che fare con il merito e di quelle negate in nome di una mal interpretata meritocrazia.

Si potrebbe approfittare di questi tempi di ristrettezze economiche per cambiare rotta, perchè molti contratti di lavoro nelle pubbliche amministrazioni sono ormai privatistici, ma i soldi sono rimasti pubblici, e chiunque deve vedersi riconosciuto il diritto di valutare come vengono spesi.

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