Welfare, stipendi e ripresa economica. Quando l’RSU anticipa i tempi.

In un documento recentemente presentato dalla RSU alla parte pubblica e condiviso dall’assemblea dei lavoratori, si insisteva in modo particolare sulla necessità di incrementare il contributo aziendale per una politica che andasse nella direzione del benessere lavorativo, accettando implicitamente (ma neanche tanto) i sacrifici economici imposti dall’attuale legislazione e, qualche volta, da una errata interpretazione di essa. Come spesso accade, il documento è stato trattato, sia dalla parte pubblica che da alcuni importanti sindacati, alla stregua di una richiesta non solo esagerata, ma priva di fondamento giuridico, stilata in modo poco competente da romantici sognatori o, peggio, tenaci sobillatori. Tanto è vero che le varie richieste sono state tutte abilmente “dribblate” e inserite come meri impegni per il futuro in coda alla proposta contrattuale, attualmente sottoscritta soltanto da CGIL, CISL e DICCAP.

Ebbene, in ben due articoli consecutivi pubblicati ieri e oggi sul Corriere della Sera, un docente universitario e un giornalista sembrano dar ragione a quei testoni romantici della RSU. L’obiettivo di fondo dei contributi citati, è però molto più ambizioso di quello da noi proposto. Infatti, lungi dal porre la questione economica come immodificabile, le proposte degli esperti partono proprio dalla constatazione che i salari dovrebbero vedere una crescita pari almeno al 25% rispetto ai valori attuali. Constatata l’improponibilità di un tale effettivo incremento, ci si sposta allora sul cosiddetto welfare integrativo e aziendale. Come? Manco a dirlo, la proposta su cui si dicono d’accordo entrambi gli esperti riguarda proprio il valore dei buoni pasto, su cui noi abbiamo insistito, senza ricevere soddisfazione. Un valore che viene addirittura definito tale “da non consentire una sana alimentazione.” La proposta è allora quella di portare a 10 euro l’importo che non costituisce reddito assoggettato a tasse e contributi per il lavoratore, il quale si ritroverà, di fatto, a percepire un reddito superiore. Altre proposte riguardano l’introduzione di un “buono trasporti”, già istituito in alcuni paesi europei, il “buono libri” o il “buono spesa”; tutte misure che consentirebbero di migliorare le condizioni economiche dei dipendenti attraverso benefici in natura. Insomma, a conti fatti si potrebbero incrementare i redditi almeno di 250 – 300 euro al mese sfruttando appieno questo sistema.

Molto di quanto detto deve passare necessariamente attraverso modifiche alla legislazione, in particolare a quella su imposte e redditi, in modo da garantire effettivi incrementi di reddito a fronte, appunto, di soglie più elevate di assoggettamento a tasse e contributi. Ma uno dei ruoli delle amministrazioni locali non è anche quello di fare proposte, attraverso i canali istituzionali, per contribuire al miglioramento non solo dei conti pubblici ma anche dell’economia in generale? E i partiti, rappresentati nelle varie sedi istituzionali, non hanno anch’essi questa funzione?

Ebbene facciano loro la logica stringente dell’economista per cui, essendo il ticket totalmente tracciabile e generando gettito fiscale, esso incentiva i consumi e “serve in qualche maniera anche a raffreddare i conflitti sindacali in una fase di recessione.” Proprio quello che servirebbe, non vi pare?

Pensate, quasi senza rendercene conto, ragionavamo da esperti.

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