Giù le mani dal contratto

Qualcuno, durante una recente assemblea del personale, chiedeva quali fossero gli strumenti nelle mani dei lavoratori per costringere o quantomeno convincere la controparte a prendere in considerazione le loro proposte. Chiaramente, si discuteva di una controparte che si fa ogni giorno più sorda alle richieste così come alle proposte dei lavoratori, arrivando, negli ultimi tempi, a venir meno anche alle più elementari  regole di relazioni sindacali. La risposta che ho dato in quella sede suonava più o meno così: essendo un contratto nient’altro che l’accordo tra due o più parti per costituire, regolare o estinguere tra loro un rapporto giuridico, occorre partire dal presupposto che ciascuna delle parti cercherà di mettere in campo tutti gli strumenti di cui dispone per tentare di far prevalere la propria volontà.
Uno dei principali strumenti – spesso sottovalutato dai sindacati – nelle mani della parte datoriale (nel nostro caso l’amministrazione comunale) è la definizione dell’agenda, attraverso la calendarizzazione degli incontri e la predisposizione degli ordini del giorno. Sottolineavo questo punto perché poco prima si era levata una voce dalla platea dei lavoratori che consigliava la sottoscrizione del contratto decentrato, facendo leva sul fatto che ciò avrebbe permesso la distribuzione del fondo produttività con il pagamento dei relativi istituti. Vista così, sembra quasi che la sottoscrizione di un contratto – qualunque esso sia – diventi nient’altro che lo “sblocco” di fondi dovuti ai lavoratori, impossibilitati a fruirne fino all’agognata sottoscrizione. Se così fosse, basterebbe all’amministrazione fare in modo di procrastinare il più possibile la sottoscrizione del contratto per arrivare fino al momento in cui saranno i lavoratori a chiederne a gran voce la sottoscrizione, pur di vedersi riconosciuti quei quattro soldi, non importa a quali condizioni. Ma allora, che contrattazione sarebbe?  Il tavolo si ridurrebbe a un incontro di tipo “notarile” in cui i rappresentanti dei lavoratori si limiterebbero a certificare una serie di disposizioni impartite dalla parte pubblica in merito alla gestione del rapporto di lavoro e della distribuzione delle risorse economiche.

Ebbene, questo schema, presentato come un’esagerazione, una semplificazione a scopo chiarificatore, descrive invece alla perfezione l’iter del contratto che ci troviamo a valutare e che, purtroppo per noi, è già stato siglato da CGIL, CISL e DICCAP. La parte pubblica, infatti, si è presentata qualche mese fa al tavolo con un documento che avrebbe dovuto, nelle loro dichiarazioni, fare sintesi dei contratti decentrati precedenti, arrivando, per così dire, alla stesura di un Testo unico che avrebbe definitivamente rimpiazzato tutta la parte giuridica preesistente. Capirete l’importanza di un passo del genere, che avrebbe richiesto uno sforzo ulteriore di buona volontà da entrambe le parti per giungere ad un accordo soddisfacente. Niente di tutto questo è successo, anzi. Tavoli tecnici e incontri vari hanno seguito un solo, noioso copione: noi chiedevamo modifiche e loro le negavano. Intanto, procedevano a latere sia le modifiche organizzative, con varie mobilità, sia l’infaticabile smantellamento degli asili nido, che passavano definitivamente nelle mani dei privati.
Preso atto che nulla è cambiato nella sostanza della proposta e che la parte economica rimane invariata, quali sono gli strumenti in mano ai lavoratori per modificare il corso delle cose?
Lo sciopero! Tuona la CGIL. Niente affatto, rispondo io e, con me, molti lavoratori. Non crediamo ci sia bisogno di negare ai lavoratori altre quote di stipendio, considerati i tempi che corrono e gli scenari futuri. Senza contare l’inutilità di scioperi regolati in modo ferreo dalla legge, al punto da risultare completamente inefficaci. Diverse, invece, sono le cose che possiamo fare, a partire da una corretta informazione, volta a coinvolgere tutti i lavoratori in una consapevole partecipazione di tipo collettivo, minimizzando i sacrifici; passando per una campagna di “ricostruzione” dell’immagine dei lavoratori pubblici, deturpata da una ignobile compagna demolitoria passata con l’appoggio anche silenzioso di gran parte della politica e contrastata debolmente e inefficacemente dai grandi sindacati nazionali. Tenere duro sulla sottoscrizione, pubblicizzandone i motivi, è una prima azione che intraprende quella strada.
Non un tener duro ad oltranza o per vuoto spirito di contraddizione, bensì un tener duro costruttivo, accompagnato da una seria richiesta di ripresa delle trattative con rinnovato spirito di collaborazione reciproca, nel tentativo di far comprendere alla parte pubblica che ciascun lavoratore del Comune di Grugliasco ha piena consapevolezza del ruolo istituzionale che ricopre, così come dei diritti che gli è consentito esercitare, primo fra tutti il diritto ad una partecipazione seria e costruttiva alla contrattazione decentrata, senza che alcun dirigente intervenga unilateralmente privandolo di porzioni di quel diritto, senza che alcun sindacato si permetta di decidere per lui senza prima averlo consultato. Questo è uno dei motivi per cui bisogna sostenere e rafforzare il ruolo della RSU, solo soggetto eletto dai lavoratori e per questo soggetto principe della contrattazione decentrata integrativa.
E se tutti quanti, il 5, 6 e 7 marzo andremo a votare ricordando questo, allora potremo veramente cambiare le cose.

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