Lezioni moderne

“Vedo invece che [Tatiana] si fa dei romanzi, come quello che sia possibile che la reclusione venga trasformata, per ragioni di salute, in confino […] Ciò sarebbe possibile solo per via di una misura personale di grazia, che sarebbe concessa, già s’intende, solo dietro domanda motivata per cambiamento di opinioni e riconoscimenti ecc. ecc. Tatiana non pensa a tutto ciò: è di un’ingenuità candida che mi spaventa qualche volta, perché io non ho nessuna intenzione né d’inginocchiarmi dinanzi a chicchessia, né di mutare di una linea la mia condotta. […] di simili romanzi non bisogna neanche parlare, perché il solo parlarne può far pensare di approcci che io possa aver suggerito. Questa sola idea mi irrita.” ( Corsivo e grassetto sono miei, n.d.r.)
Così scriveva Antonio Gramsci al fratello Carlo, in una delle sue lettere dal carcere, il 19 novembre 1928. Come è noto, Antonio Gramsci era stato processato e condannato dal regime fascista, nel giugno1928, a 20 anni, 4 mesi e 5 giorni di reclusione, da scontare in una casa penale nei pressi di Bari. E’ altrettanto noto che Gramsci era di salute cagionevole, e le sue condizioni all’epoca erano peggiorate, anche a causa del periodo di detenzione che durava già da due anni. Sono quindi parole scritte con la consapevolezza di gettare praticamente la chiave della propria cella, che infatti diverrà, nove anni dopo, nella variante di una stanza d’ospedale, la sua tomba.

Rileggendo, a distanza di anni, le “Lettere”, non ho potuto sottrarmi all’esigenza di riflettere sulla dignità, quel sentimento che proviene dal considerare importante il proprio valore morale, la propria onorabilità, fino ad anteporli all’incolumità fisica, alla stessa libertà. Una dignità che Gramsci sembra aver scolpito nella pietra con la sua coerenza. E come sottrarsi alla consapevolezza del degrado che questo nobile sentire sembra invece subire nella società odierna?
Basta accendere il televisore o scorrere un giornale per rendersi conto di essere ormai sopraffatti da persone che non hanno il senso della dignità, pronti a scappare da una nave che cola a picco, dimentichi degli obblighi nei confronti di persone in difficoltà; oppure disposti a vendere la propria onorabilità in cambio di una comparsata (pagata) in televisione o di un seggio in parlamento (che dovrebbe essere pieno di “onorevoli”).
E poi c’è la vita di tutti i giorni, quella con i vicini di casa che mandano un esposto anonimo alle autorità per farti spostare il barbecue dal giardino, invece di affrontarti civilmente e informarti che il posto che hai scelto per piazzarlo non è proprio il migliore, perché gli affumica regolarmente i panni stesi. Quella con i colleghi di lavoro che, per compiacere il proprio capo nella speranza di una piccola promozione o anche solo di un ufficio più vicino al suo, sono sempre pronti ad esaudire ogni suo desiderio oltre che ordine, anche a scapito di colleghi leali e dignitosi.
Ma perché preoccuparsi della dignità altrui? Semplice: perché la dignità ha una valenza sociale, oltre che morale. Il comandante che abbandona la nave in difficoltà mette a repentaglio l’incolumità di altre vite umane; il parlamentare che si vende per un voto danneggia coloro che lo hanno eletto; il vicino di casa codardo ti può creare un sacco di difficoltà e problemi nella vita quotidiana; il collega leccaculo ha l’imprevedibilità dello stupido e l’efferatezza del bandito (secondo il famoso diagramma di Carlo Cipolla*), per cui nessuno è al sicuro vicino a una persona del genere. Non ultimo il pericolo costante della simulazione, che porta al proliferare di simili individui.

Ma questo, in fondo, è un blog di carattere prevalentemente sindacale, per cui vale ora spendere una parola sui sindacalisti. In particolare quelli eletti dai lavoratori. Figure provvidenziali in alcuni casi, perniciose in molti altri. Individui disposti a sacrificare buona parte del proprio tempo libero per occuparsi dell’affermazione e della tutela dei diritti degli altri lavoratori, persone che dovrebbero mettere da parte qualsiasi pretesa personale e professionale, al fine di non risultare mai ricattabili dal capo o dal potente di turno. Insomma, come altre figure “istituzionali”, sono gravati da una responsabilità maggiore nei confronti dei lavoratori, che sono anche colleghi.
Esprimono quindi la loro pericolosità nel momento in cui sono (a volte addirittura apertamente) asserviti ai loro superiori. Quando le mire di carriera condizionano le loro decisioni sindacali (diffidate, ad esempio, quando la data di firma di un contratto inviso ai lavoratori coincide – o quasi –  con  provvedimenti di avanzamento di carriera da parte loro). Insomma, è facile prevedere che persone del genere, nonostante le mille promesse, non faranno mai i vostri interessi se questi non coincideranno con quelli del capo o del potente di turno.
La forzata simpatia, l’aderenza formale al “gruppo”, quell’aria da “compagnone” che questi individui hanno, predispongono molti al loro sostegno. Salvo accorgersi, spesso in ritardo, che anche per i loro sostenitori arriverà il momento di camminare con la schiena al muro, se vogliono salvare la dignità. Virtù che nei leccaculo di professione non è più recuperabile.

*Carlo M. Cipolla, Le leggi fondamentali della stupidità umana, in “Allegro ma non troppo“,1988, il Mulino, Bologna.

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