A ciascuno la sua lobby

L’interesse per le cosiddette liberalizzazioni previste dalla manovra Monti resta alto. Nonostante questo, la fiammata iniziale sembra aver perso vigore. Un po’ per l’eccessiva enfasi posta sulla prima stesura, che ora sta passando al vaglio delle forze parlamentari, un po’ perché alle persone, in fondo, non sembra fregare molto di tutta la faccenda. D’altro canto, la maggior parte di noi lavoratori è per ora intenta a calcolare gli anni che li separano dalla pensione, grazie a una manovra che ha trovato molti meno ostacoli in Parlamento. Aggiungiamo che i giornali contribuiscono non poco a mantenere il dibattito parlamentare – per così dire – sottotono. Poche righe in alcuni giornali ci informavano, ieri,  che le lobby di categoria (dai tassisti ai farmacisti) lavorano alacremente a tutela degli aderenti. E sembra che i risultati non manchino. “Accordo bipartisan sulle liberalizzazioni per salvare i tassisti” titola il Corriere della sera. Oggi ( 23 febbraio, n.d.r.), solo La Repubblica titola inequivocabilmente: “Liberalizzazioni, vincono le lobby”.

Non mi interessa entrare nel merito delle modifiche al testo del Governo. Quello che mi chiedo, invece, è: per quale motivo i lavoratori non sono riusciti a cambiare di una virgola le norme sulle pensioni? perché i lavoratori hanno passato gli ultimi vent’anni a perdere diritti? per quale ragione i dipendenti pubblici hanno assistito praticamente inermi alla massiccia campagna di demolizione della loro immagine? e perché i consumatori sono costretti ad accettare supinamente i rialzi ingiustificati dei prezzi di beni e servizi in mano a veri e propri “cartelli”, anziché liberi sul mercato?

Io credo fermamente che sia un problema di rappresentanza. In altri termini, il vero problema dei lavoratori è il sindacato. Con qualche doverosa distinzione. Ci sono tre organizzazioni sindacali che hanno in mano qualcosa come 12 milioni di tessere, 5 milioni delle quali sono di pensionati. Sono gli stessi sindacati che parlano attraverso i giornali, che vanno in televisione, che trattano con i governi. Tra loro, immancabili schermaglie pubbliche, inviti alla prudenza, minacce di sciopero, firme e non firme, e via dicendo. Macchine elefantiache, vere e proprie burocrazie con forti tentazioni (spesso soddisfatte) di salti della barricata, per arrivare a ricoprire ruoli politici. Tanto da far dire a Fausto Bertinotti: “C’è una dolorosa omologazione del sindacato al sistema dei partiti, una voglia nient’affatto repressa dei sindacalisti di farsi ceto politico, di farsi stato.”*

Del resto, guardiamo i fatti. Dopo un ventennio passato a veder erodere i propri diritti, i lavoratori si trovano oggi di fronte all’ennesimo attacco del Governo nei loro confronti. Un attacco portato avanti in modo corale da politici (di destra come di sinistra)  e Confindustria. Tutti a parlare di flessibilità e posto fisso, come se non si fossero ancora accorti che in Italia il posto fisso non esiste più da tempo, e che i dipendenti pubblici veri (quelli entrati per concorso) sono rimasti in pochi, il loro contratto di lavoro è stato privatizzato anni fa e il potere dei dirigenti (nominati dai politici) ha superato i livelli di guardia. Tutto questo nonostante un numero impressionante di ore di sciopero, costate moltissimo ai lavoratori. Questo il risultato di anni di gestione della contrattazione sociale da parte della Triplice.
D’altro canto, come si spiegherebbe, se non con una debolezza inaudita da parte di queste forze sindacali, il fatto che altre categorie, molto meno numerose, riescono invece a incidere sensibilmente sull’attività legislativa? E che dire dell’inqualificabile mitezza dimostrata in occasione delle recentissime offese da parte di Emma Marcegaglia, che li ha bollati come “protettori di ladri e fannulloni”, offendendo in questo modo anche i lavoratori stessi?

Pare che i tassisti italiani siano circa 60 mila e le farmacie meno di 18 mila. I dipendenti pubblici circa 3 milioni e mezzo. Nonostante la soverchiante maggioranza di questi ultimi, solo tassisti e farmacisti sono riusciti nell’intento di porre un argine alla manovra progettata dal Governo, attraverso una sapiente azione di lobby in Parlamento. I lavoratori pubblici, al contrario, hanno preso una pericolosa china che li ha portati al top nella classifica degli antipatici, nonostante il prezioso contributo dato al Paese in termini di utilità sociale oltre che economica.
Questo significa, a mio avviso, che è tempo che i lavoratori comincino seriamente a pensare a ridisegnare il modello di rappresentanza attuale. Se il sindacato “grosso” non funziona, allora si passi ai piccoli. Se il modello confederale è vecchio e inutile, si passi a sindacati di categoria. Insomma, facciamo qualcosa per essere rappresentati in Parlamento, anche se non seduti sugli scranni, per difendere i nostri diritti di lavoratori e non le costose poltrone dei nostri deboli rappresentanti.

* Fausto Bertinotti, 1992, citato in “L’altra casta”, Stefano Livadiotti, Bompiani, 2008

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