Errare è umano, è ora di cambiare

Qualcuno pensa che io ce l’abbia con la CGIL. Alcuni altri lo dicono esplicitamente. C’è poi un’esigua minoranza che pare si sia spinta a suggerire che la mia scarsa benevolenza nei confronti dell’organizzazione sindacale nella quale ho militato per qualche anno sia dovuta a “fatti personali”.

E allora veniamo ai fatti. Ho militato nella CGIL fino al 2008. Facevo parte del direttivo provinciale della Funzione Pubblica e molto spesso mi trovavo in disaccordo con la linea “ufficiale” e d’accordo con istanze minoritarie, orientate in genere più a sinistra. Ma di quella stessa area non condividevo molte posizioni, tra cui le impostazioni di fondo. Io sono un liberale, nel senso più genuino del termine, quello che lo stesso Bobbio, pure stimatissimo da quelle parti, ascriveva a se stesso: sostenitore strenuo delle libertà fondamentali dell’individuo. Anche a scapito del consenso in qualche misura “dovuto” all’organizzazione cui appartieni (termine che mi piace assai poco, come si può immaginare). Ebbene, questa assoluta enfasi sull’individualità la riverso anche nella mia attività sindacale e ci convivo benissimo. Ogni lavoratore è innanzitutto un individuo, con le sue esigenze fondamentali, le sue convinzioni, i suoi affetti, le sue idee sulla politica e sulla società. Quello che accomuna queste individualità è la comune appartenenza ad una categoria, che è quella di lavoratori. Tra questi, esiste una ulteriore distinzione, tra autonomi e dipendenti, e io mio occupo esclusivamente dei secondi.

Detto questo, le mie divergenze con la CGIL hanno radici lontane nel tempo e, effettivamente, hanno lambito la sfera personale. Tuttavia, nonostante la palese debolezza dimostrata dall’organizzazione nel tutelare i diritti di un dirigente sindacale quando il suo datore di lavoro era dello stesso partito politico, non è stato quello l’unico motivo per cui me ne sono andato. Anche se non posso nascondere che tale debolezza ha contribuito, se pur minimamente. I motivi sono davvero molti, e sarei ingiusto se provassi a mettere a così dura prova la pazienza di chi legge elencandoli nel dettaglio. Ma la realtà è sotto gli occhi di tutti. Le condizioni dei lavoratori privati e pubblici sono costantemente peggiorate negli ultimi anni. Peggiorate dal punto di vista economico e dei diritti. I salari non riescono più a far fronte all’inflazione e il potere d’acquisto non fa che diminuire; l’età della pensione continua ad allontanarsi e si riduce la misura economica dell’assegno pensionistico; permessi, festività, malattia e altri istituti sono sottoposti a continue pressioni deflazionistiche utilizzando il metodo impositivo in luogo di quello contrattuale. Al contrario, i responsabili del disastro finanziario in cui ci troviamo ricevono continui aiuti di stato; le aziende sono trattate come delle Biancaneve da difendere da quelle brutte streghe cattive che sono i lavoratori; le associazioni di categoria, attraverso una intelligente e incisiva politica lobbistica, riescono a stoppare in anticipo qualsiasi manovra peggiorativa delle loro condizioni.

Ho maturato infine la convinzione che pagare la tessera di uno qualunque dei sindacati che normalmente siedono ai tavoli di contrattazione nazionale non è solo uno spreco, ma un danno per i lavoratori. Chi pensava che la contiguità di questi sindacati con alcuni partiti politici potesse risultare vantaggiosa anche per i lavoratori deve ormai ricredersi: i partiti continuano a ricevere i voti dei lavoratori, ma i lavoratori non ricevono che bastonate dalla politica. Tuttavia, per ricredersi bisogna sgombrare la mente dai preconcetti e, soprattutto, avere l’umiltà di ammettere l’errore. Ma molti tesserati sono per lo più uomini di apparato, incapaci di concepire un’esistenza scevra da appartenenze di carattere ideologico. Ebbene, io ce l’ho fatta, ho trovato un sindacato, il CSA, che mi lascia completamente libero di sostenere posizioni ad esclusivo sostegno dei lavoratori. Ho la possibilità di ignorare le questioni politiche per concentrarmi sui problemi che giornalmente i colleghi mi pongono e rispetto ai quali si aspettano una soluzione. E questo indipendentemente dal colore politico del nostro datore di lavoro. Se solo riuscissimo a far sì che i sindacati veramente autonomi raccolgano la maggioranza nelle RSU, allora avremo compiuto il primo e più importante passo per l’emancipazione dei lavoratori. Potremo guardare alla politica senza timori reverenziali nè favori da rendere, potremo perorare i nostri interessi senza paura di pestare i piedi a qualcuno, anzi, con la volontà precisa di pestare i piedi, esattamente come fanno le altre categorie. Magari sarà la volta buona che riusciremo a contare davvero qualcosa.

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