Caro papà

Caro papà,
sono anni che non ti scrivo una lettera per la tua Festa, ma il momento storico che stiamo vivendo mi impone di dedicarti non solo un pensiero, ma una riflessione seria su quello che è stato del nostro rapporto e di quello tra le nostre generazioni.
Uno dei più bei ricordi della mia infanzia è stato sicuramente il periodo di occupazione della fabbrica in cui lavoravi. Solo dopo anni mi  sono reso conto che, mentre io mi divertivo a fare scorrerie tra quei mastodonti innocui che erano gli altiforni spenti, la tua preoccupazione andava alle difficoltà economiche con cui – nonostante la cassa integrazione – la nostra famiglia avrebbe dovuto fare i conti.

E il Primo Maggio? Ah! Quanto ero fiero di trovarmi sempre in prima fila, a reggere (o a far finta di reggere) uno striscione rosso di cui assai poco mi interessava la scritta, intento com’ero a godere del bagno di folla, dei cori, della forza enorme che sembrava sprigionare da quella miriade di persone intrisa di semplicità. E poi i momenti più intimi, come la trepida attesa della chiave infilata nella toppa intorno alle 22,20. Venti minuti, forse meno. Giusto il tempo per percorrere, a piedi, l’incommensurabile distanza tra la fabbrica e l’abitazione dove, nascosto dalle coperte, aspettavo con orecchio vigile il tuo ritorno.

Sacrifici, duro lavoro e lotte convinte; tutto per tener fede a un’ideologia vissuta un po’ ingenuamente, perché conosciuta solo nella versione – mal tradotta – della sinistra italiana. Insomma, la tua schiena curva (non solo per il terribile infortunio sul lavoro) paragonata, metaforicamente, all’orizzonte da cui si sarebbe levato “il sol dell’avvenir”.
E’ servito a qualcosa? Immediatamente ti rispondo di sì. Per qualche tempo, in pieno dibattito sulla recente controriforma delle pensioni (che ci hanno praticamente tolto, come avrai saputo), ho parlato della tua generazione come “fortunata”, perché avete solo sfiorato la guerra, avete beneficiato del boom economico e, dulcis in fundo, potete ora godervi una pensione discretamente lunga. Mi sbagliavo. La vostra non è stata fortuna, la vostra è stata una serie meritata di conquiste. Tutto quello di cui avete goduto l’avete strappato con i denti a una schiera di poteri forti che mai ve l’avrebbero concesso volentieri, e di questo devo dartene atto.

Ora mi chiederai se, per converso, la mia generazione merita il trattamento che ci hanno riservato. Anche qui non posso tergiversare e, pur a malincuore, devo dirti di sì. Non ho un perché da proporti, né una sola, precisa risposta. Qualcuno parla di tramonto delle ideologie, altri di berlusconismo, altri ancora dell’ennesimo patto sociale. Sono solo paroloni. La verità, secondo me, sta nel tramonto della (in)capacità di rappresentanza che le persone con un reddito fisso riescono a mettere in campo. Bando alle categorie quali proletariato, capitale, borghesia e via dicendo. Oggi la distinzione più palpabile è quella tra colui che può decidere se evadere il fisco (lascio a te riempire le caselle vuote) e coloro che non lo possono fare, semplicemente perché hanno un reddito immediatamente conosciuto (praticamente i soli lavoratori dipendenti). Sono loro, siamo noi, i soli a mandare avanti la baracca. Quello che ci manca è, appunto, una rappresentanza politica e sindacale. Voi almeno avevate un partito impegnato, seppur in parte, a portare i vostri interessi in parlamento; voi almeno avevate un sindacato che veicolava le vostre esigenze ai tavoli delle trattative e vi aiutava ad organizzare i momenti di lotta. A noi non è rimasto nulla e nulla di nuovo siamo stati in grado di creare. Peggio, continuiamo a mantenere, con il voto e con le tessere, interi apparati di inutilità. Queste le nostre colpe più grandi.

Per questo ti ho scritto questa lettera il giorno della Festa del papà: per chiederti scusa. Mi scuso a nome di tutta la mia generazione per aver vanificato tutto quello che voi siete stati in grado di creare con enorme sacrificio. Per aver perduto le vostre conquiste. Per aver demolito ciò che avevate costruito. E, soprattutto, per non essere stati neanche in grado di immaginare un futuro migliore per i nostri figli. Perché comincio ad avere la certezza che nessuno di loro scriverà una lettera come questa a qualcuno di noi.

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