A testa bassa

Siamo uno strano Paese. Un sistema di governo in cui le ultime elezioni politiche hanno di fatto impedito ai cittadini di scegliere democraticamente i propri rappresentanti, imposti dai padroni di tre o quattro partiti. Un ex Presidente del Consiglio che ha dato il meglio di sé trascinando nel ridicolo quel (poco) di buon nome di un’Italia nota all’estero più per una ormai distante bella vita che per le sue potenzialità di sviluppo o per la sua dignità nello scacchiere europeo. Un Governo costretto a fare le valigie non da un’opposizione decisa e costruttiva, ma da una serie di poteri forti che vanno dalla finanza agli assi politici europei che da tempo ci vedono esclusi. Gli stessi poteri forti che ci hanno imposto un nuovo esecutivo eufemisticamente chiamato “governo tecnico”. Lo stesso Parlamento che, fino al giorno prima diviso su tutto, ritrova l’unità su tutto in nome, prima di uno spauracchio difficile da comprendere che va sotto il nome di “spread”, poi di una serie di necessità improrogabili quali “rigore”, “crescita” e “sviluppo”. Un Ministro del lavoro che si impegna a facilitare i licenziamenti sostenendo che non più lo Stato, ma le aziende pagheranno di tasca propria le indennità dovute ai lavoratori. E che il giorno dopo licenzia un testo in cui le aziende non mettono più un soldo. Però continua a dire che i sacrifici di tutti sono necessari. Un Governo che dichiara che la trattativa sul lavoro è terminata, anche senza un accordo, perché “non si può trattare all’infinito”. Però si è guardato bene dal prendere una posizione simile quando la trattativa la faceva con le lobbies di alcune categorie di professionisti. E infatti ha poi ceduto alle pressioni, e l’esecutivo liberista è diventato consociativo. Un Ministro del lavoro convinta che modificando l’art.18, quindi togliendo tutele ai lavoratori, si tutelano di più i lavoratori meno tutelati (sic!). Due sindacati che firmano qualsiasi cosa gli diano da firmare, con la scusa della responsabilità di fronte al Paese, e un altro costretto a far finta di non voler firmare e che, giusto per distinguersi, proclamerà il solito inutile sciopero. Poi continuerà a stringere accordi unitari a livello locale e a farsi mantenere da tanti lavoratori avvinghiati più al suo simbolo che alla sua effettiva utilità. Un Presidente della Repubblica che entra pesantemente in campo durante una trattativa delicatissima per l’improrogabile(?) riforma del mercato del lavoro, e lo fa schierandosi apertamente a favore del Governo e a sfavore dei lavoratori, condizionando in questo modo un sereno giudizio da parte del Parlamento.

Ora non rimane che vedere se il Parlamento snaturerà il testo sul lavoro così come ha fatto con quello sulle liberalizzazioni. Se lo farà, dimostrando che davvero rappresenta l’intero Paese e non solo la parte già più forte, allora potremo tirare un sospiro di sollievo e considerarci un Paese sulla via della normalità. Altrimenti dovremmo rispondere a questa domanda: a quandola Democrazia?

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...