E io pago…

Viviamo in un Paese dove niente riesce più a stupire. I giornali di questi giorni pubblicano in prima pagina una “notiziona”, risultato di una ricerca messa qualche giorno fa in circolazione: gli imprenditori dichiarano redditi inferiori ai lavoratori dipendenti. A voler essere più precisi, i secondi battono i primi22.080 a19.250. Come se gli italiani non lo sapessero già. Certo, guardando la vicenda da diversi punti di vista potremmo discutere su chi, tra i due, lavora effettivamente di più, oppure concentrare l’attenzione sul rischio, per stabilire chi abbia più diritto a redditi più alti. In realtà, l’attenzione va concentrata sulla parola “dichiara”.
Già, perché esiste un privilegio di cui in realtà nessuno parla mai. Una asimmetria dei diritti che garantisce ad alcuni il vantaggio di decidere quanto sottrarre dal proprio reddito per versarlo al fisco, mentre priva tutti gli altri (lavoratori dipendenti e pensionati) della stessa libertà. Eppure, atteso che lo Stato dovrebbe impiegare questi introiti per il bene collettivo, questi privilegiati godono dei frutti della redistribuzione di queste somme al pari degli altri.

Non è mia intenzione discutere delle solite guerre tra “poveri”, né di criminalizzare una categoria di persone rispetto ad altre (da dipendente pubblico, so bene quanto sia antipatico essere additato come l’eterno “scroccone” dai soliti miopi). Quindi, non mi interessa discutere della veridicità dei dati. Certo, converrete con me che risulta davvero difficile credere che la categoria degli imprenditori guadagni mediamente meno di quella dei lavoratori dipendenti. Ma non vado oltre, perché i giornali sono pieni di analisi di questo genere, molto più dotte di quelle che potrei fare io. Quello che invece mi interessa è proporre una riflessione sulla libertà di dichiarare il proprio reddito, quindi, di riflesso, sulla coercitività del famigerato sostituto d’imposta. I lavoratori dipendenti, infatti, sono obbligati ad essere “sostituiti” dal datore di lavoro nel pagamento delle tasse. E a leggere la normativa in materia, sembra quasi che tutto l’onere ricada sul datore di lavoro, che deve sobbarcarsi l’impegno di pagare il dovuto al posto del dipendente. Ovviamente, con i soldi di quest’ultimo. Un favore al lavoratore dipendente? Un modo per sgravarlo di un compito così antipatico quale è quello di  rinunciare al 40% circa di uno stipendio pieno per consegnarlo allo Stato? Forse. Ma a me sembra più una maniera elegante per non dire che, poiché conosciamo l’avidità insita nella natura umana, è meglio che questi soldi non te li facciamo neanche vedere, o chissà dove andranno a finire…

A dire la verità non sono molti gli imprenditori che si lamentano per questo lavoro extra al quale lo Stato li obbliga. E a ben vedere, neanche i lavoratori dipendenti sembrano prendersela troppo per questa disparità di trattamento. Secondo me sbagliano entrambi. Sbagliano i primi, perché si prestano a fare da gabellieri di un fisco che non li remunera per il servizio reso. Sbagliano i secondi, perché se i contribuenti sono tutti uguali davanti allo Stato, allora la libertà di scegliere se e quanto versare al fisco dovrebbe essere estesa anche a loro.
E se invece valesse la tesi secondo cui è meglio prelevare subito, alla fonte, quanto dovuto al fisco dai lavoratori dipendenti, per paura che quei soldi vadano persi? Ebbene, io credo che non solo il dubbio sia legittimo, ma che la dimostrazione di tanta lungimiranza stia proprio nella vera e propria montagna di soldi che vengono puntualmente evasi da molti di coloro che hanno la libertà di scelta. Questo, però, non può giustificare questa antipatica disparità di trattamento, perché da un lato legittima i dubbi dei lavoratori dipendenti verso gli imprenditori, dall’altro impedisce agli imprenditori onesti di far emergere la loro rettitudine.

Per questo sono convinto che l’abolizione del sostituto d’imposta sia la soluzione migliore al problema dell’evasione fiscale. Perché se tutti quanti avranno la possibilità (teorica, s’intende) di scegliere se e quanto versare al fisco, allora anche coloro che attualmente si sottraggono a questo dovere civile saranno incentivati a cambiare rotta, se non altro spinti dal timore che, se tutti decidono di non pagare, le cose andranno peggio anche per loro.

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