Novantasette, torto che parla. Prima parte

Come ogni anno, è arrivato il periodo delle pagelle. Dopo aver firmato per presa visione la pagella del primo quadrimestre di mia figlia, mi sono subito ritrovato a fare i conti con le valutazioni. Questa volta, però, il valutato sono io.
Devo ammettere, a scanso di equivoci, che non mi piace essere valutato. Non in generale, ci mancherebbe. Ci sono ambiti della vita, come la scuola o il lavoro, in cui le valutazioni hanno una funzione fondamentale, anzi, più di una. Permettono un’ allocazione efficiente delle risorse, premiano i soggetti più meritevoli e permettono ai valutati di migliorare. Se prendi un cinque in Storia, sai subito che devi studiare di più per recuperare.
Quando lavoravo nel privato, non esisteva il rito dei “pagellini”. Il premio di produzione era uguale per tutti all’interno della categoria di appartenenza e i passaggi di livello avvenivano a discrezione del titolare dell’azienda o del capo di turno. Ancora oggi, non ci trovo nulla di strano. Chi investe i propri soldi in un’azienda ha diritto di scegliersi i collaboratori e premiarli secondo i criteri che ritiene più opportuni. Sono soldi suoi e può farne ciò che vuole.

Diverso, secondo me, dovrebbe essere il caso della pubblica amministrazione. Non che non si debba trovare un sistema meritocratico che consenta ai migliori di emergere, ma qui tutto si complica per il fatto che stiamo parlando di denaro pubblico. Mentre l’imprenditore può decidere di premiare utilizzando il criterio che preferisce, che può essere indistintamente quello dell’efficienza, della fedeltà, della flessibilità o del cognome uguale al suo o a quello di qualche azionista, nella pubblica amministrazione questa discrezione non dovrebbe essere consentita. E’ così fiorita una letteratura dottrinaria che ha posto le basi per la formulazione di norme che consentano di arrivare alla stesura di un sistema di valutazione coerente con gli obiettivi di efficacia, efficienza, e tutte quelle balle di cui si riempiono la bocca, di solito, i megadirigenti e i politici di turno.

La realtà, di solito, è ben diversa. I soliti malpensanti danno per scontato lo schema seguente: ci sono tot risorse economiche da spendere; la Giunta decide il budget da attribuire a ogni settore; tale budget consente al Dirigente di premiare un tot di persone; ciascun Dirigente decide in piena autonomia quale collaboratore premiare e per far questo calibra le valutazioni dei vari pagellini in modo tale che le persone prescelte figurino in cima alla classifica. Voi direte: “E perché li chiami malpensanti? Stai descrivendo un sistema, tutto sommato, sano. Il Dirigente, infatti, valuta i propri collaboratori in piena autonomia e discrezionalità!”. Prima notazione: stiamo parlando di un ente pubblico, che eroga denaro pubblico, e non esiste norma che consenta la “discrezionalità di spesa” nella pubblica amministrazione. Ogni spesa deve essere giustificata.

Ed ecco che entra in ballo il Sistema Permanente di Valutazione (le maiuscole non sono mie, lo hanno proprio chiamato così, in ossequio, credo, alla tradizione italica che colloca la pomposità alla base della credibilità). Comunque, sempre i soliti malpensanti sostengono che il Sistema prevede una serie di parametri in base ai quali il Primo Valutatore (di solito l’equivalente del caporeparto in una fabbrica) declina un giudizio sul valutato. I giudizi finiscono nelle mani del Dirigente, il quale ipotizza una traduzione “numerica” del giudizio. Poi, si incontra con tutti gli altri Dirigenti per tentare una “armonizzazione” delle valutazioni ottenute. Questo passaggio serve per evitare che alcuni Dirigenti si mantengano “troppo alti” o “troppo bassi” nelle valutazioni complessive del proprio settore. Da questa fase escono i pagellini veri e propri, che vengono poi distribuiti ai lavoratori, di solito accompagnati dalla frase: “quest’anno ho dato a tutti lo stesso punteggio”, e preceduti dalla molto più antipatica: “Intanto, devo dirti che sei un validissimo collaboratore…”. Inutile dire che, molto prima che si sappiano i voti, circolano già i nomi dei “prescelti” e, potenza delle malelingue, ci azzeccano praticamente sempre.

Ora, alleggeriti dell’ingombro delle dietrologie, che vogliono in sostanza veicolare il messaggio secondo cui tutto è deciso a priori e il Sistema sarebbe nient’altro che una foglia di fico, analizziamo brevemente la reale utilità di questo Sistema e le sue ripercussioni sulla produttività e bla, bla, bla.
I politici scelgono in autonomia i Dirigenti, che sono legati a loro, almeno all’inizio, da un contratto a tempo determinato, quindi per qualche tempo il loro posto di lavoro dipende dal capriccio di colui che l’ha assunto. Ancora, i politici hanno la facoltà (sempre utilizzata) di nominare delle Posizioni Organizzative, di livello un po’ più basso rispetto ai Dirigenti ma che possono sostituirli temporaneamente. Sono soldi in più per i prescelti. I Dirigenti (almeno a Grugliasco) hanno la possibilità (spesso utilizzata) di distribuire altre funzioni a dipendenti scelti da loro (altri soldi per i dipendenti prescelti). Ora, senza condurvi a conclusioni “pilotate” vi domando: secondo voi un politico sceglierà un Dirigente o un titolare di Posizione Organizzativa che, anche se bravissimo, possa in qualsiasi momento creargli qualche problema dicendo: “questo non si può fare?”; e un Dirigente potrà mai scegliere di “miracolare” qualcuno, attribuendogli funzioni e soldi, che possa anche solo lontanamente mettere in discussione le sue scelte (magari legittimamente)? Inoltre, sono politici e dirigenti esseri umani dai sentimenti umani quali, ad esempio, la simpatia? E che dire del vizio nostrano del nepotismo? Immagino che la vostra risposta sia uguale alla mia.

La considerazione più vergognosa, però, la meritano quei sindacalisti che, come fossero venuti da un altro pianeta, strombazzano ai quattro venti che questo Sistema, pur migliorabile, è tutto sommato meritocratico. Evidentemente non conoscono la meritocrazia.
Per questo insisto da tempo, inutilmente, affinché il Sistema di Valutazione venga riscritto con l’introduzione di parametri chiari, precisi e, soprattutto, oggettivi. Di modo che la discrezionalità venga ridotta al minimo o, meglio, azzerata. Non perché i soldi vengano distribuiti “a pioggia” ma, al contrario, perché ci si assicuri che, tolte di mezzo le possibili perturbazioni dovute alla natura umana, si arrivi davvero a premiare i più meritevoli.
E che c’entra il titolo di questo post? Lo scopriremo nella seconda parte…

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