Licenziamenti “facili” e pubblico impiego

Un mio articolo pubblicato su “Lo Spiffero”

Prima di chiedere norme più “privatistiche” per il settore vanno riviste le modalità di funzionamento della piramide del potere. Elaborando un sistema veramente oggettivo per valutare il merito dei dipendenti

Il tema della licenziabilità dei dipendenti pubblici sembra essere l’apice di una tendenza in corso ormai da anni in Italia. La campagna denigratoria nei confronti dei lavoratori del pubblico impiego affonda le radici molto indietro nel tempo ma possiamo affermare che ha trovato particolare eco negli ultimi anni, utilizzata in modo magistrale e demagogico dall’ex ministro Brunetta e amplificata a scopo sensazionalistico da una stampa spesso poco informata o a corto di idee. Idee che sono mancate anche e soprattutto ai sindacati rappresentativi della categoria, posizionati in modo un po’ ondivago tra istanze, appunto, rappresentative e necessità di captatio benevolentia nei confronti dei cittadini.

In sostanza, i sindacati, finora, si sono barcamenati tra proclami di assoluzione dei lavoratori, additati tout court come fannulloni da varie tribune, e sottoscrizioni di accordi che andavano nella direzione di togliere diritti – anche simbolicamente – ai lavoratori del pubblico impiego. Basti citare l’accordo dell’11.04.2008, il cui incipit riguarda proprio una modifica del codice disciplinare. Oppure l’evidente disuguaglianza perpetrata a discapito dei lavoratori pubblici mediante l’introduzione di fasce di reperibilità ad hoc durante la malattia. Non si sono sottratte al coro, ovviamente, le voci di un falso liberalismo, che in nome di uno Stato meno invadente e più efficiente, addita il lavoratore pubblico come unico responsabile di un declino che ha ben altre ragioni. Ed è proprio dall’efficienza – meglio, della sua misurabilità – che occorre ripartire.

Ma prima, qualche precisazione è d’obbligo. Bisogna fare attenzione quando si parla di equiparare il lavoro pubblico a quello privato. Intanto perché la stragrande maggioranza del lavoro pubblico è stato privatizzato anni orsono, con l’eccezione di alcune categorie come, ad esempio, i magistrati. In secondo luogo perché l’incontenibile voglia di trasformazione in senso manageriale della gestione degli enti può creare – e in effetti ha creato – situazioni potenzialmente critiche. Facciamo un esempio. L’accesso per concorso nella Pubblica Amministrazione è previsto dalla Costituzione come obbligatorio e tra i motivi alla base di questa scelta c’era sicuramente quello della garanzia di evitare arbitri e favoritismi, oltre alla verifica di conoscenze specifiche (sento l’eco delle voci levate a ricordarmi che non sempre queste garanzie sono rispettate nei concorsi, ma dobbiamo in alcune occasioni arrenderci alla forma).

Negli ultimi anni è invalsa l’abitudine di evitare questo scoglio introducendo nuove categorie di assunzione, molto più libere ma inevitabilmente più discrezionali. Ho sentito addirittura di casi di stabilizzazione di personale originariamente assunto a tempo determinato nello staff di qualche sindaco, pratica che la legge vieta esplicitamente. La discrezionalità la fa ancora più da padrona nella distribuzione del salario accessorio, attraverso contratti decentrati che, ad esempio, lasciano ai dirigenti le mani completamente libere per l’attribuzione di particolari responsabilità (remunerate), senza un minimo di verifica (magari attraverso concorsi interni o altri metodi dotati di oggettività) sui requisiti delle persone destinatarie di tanto onore e pecunia. E a nulla valgono i sistemi di valutazione permanente, di cui gli enti sono stati obbligati a dotarsi, nel momento in cui sono stilati unilateralmente dalla parte pubblica, senza possibilità per i sindacati né per i cittadini di intervenire. Dove l’intervento sindacale varrebbe come elemento di controllo, al fine di evitare – anche qui – l’eccessiva discrezionalità. Perché è bene ricordare che la discrezionalità nel trattamento dei dipendenti può considerarsi accettabile in una azienda privata, dove l’imprenditore paga di tasca sua eventuali errori, mentre è da evitare nel modo più assoluto nella Pubblica Amministrazione, dove i dirigenti non rischiano alcun capitale proprio ma si limitano a gestire denaro pubblico.

Alzi la mano chi, in nome di una conduzione manageriale del proprio Comune sarebbe disposto ad accettare che le carriere dei dipendenti dipendessero unicamente dai capricci del dirigente o del politico di turno. Anche perché il politico che fallisce non lo puoi certo mandare a casa quando ti pare e spesso lo fai quando il danno è già stato fatto. Eppure, allo stato attuale è possibilissimo che sia così. Anzi, in alcuni casi è certo. Alcuni, a questo punto, risponderanno che anche nelle aziende i dirigenti sono funzionari e non investono né gestiscono denaro proprio. E allora parliamo dei dirigenti pubblici. E’ risaputo che gli alti dirigenti statali sono di nomina politica, quindi il politico in questi casi agisce da imprenditore, cioè decide chi dovrà gestire quel ramo d’azienda attraverso finanze pubbliche. Scendendo fino ad arrivare ai Comuni, la musica non cambia. I dirigenti sono scelti dai sindaci e, nella maggior parte dei casi, vengono poi stabilizzati con concorsi ad hoc. E’ plausibile, quindi, pensare che una catena di comando così articolata (dirigenti nominati dai sindaci, dipendenti premiati e valorizzati a discrezionalità dei dirigenti) trovi ispirazione nella devozione politica, che la fa davvero da padrona. E se in questo modo si tarpano le carriere degli spiriti critici, anche se efficienti (perché ogni tanto bisogna saper dire di no ai politici. Anzi è proprio questo uno dei compiti più delicati ma necessari del funzionario pubblico), elevando la condiscendenza a metro di giudizio, figuriamoci se si aprisse la stura ai licenziamenti.

Per questo è necessario, prima di continuare a chiedere norme più “privatistiche” per il settore pubblico, rivedere le modalità di funzionamento della piramide del potere o, alternativa più facilmente percorribile, elaborare un sistema veramente oggettivo per valutare merito e demerito nel pubblico impiego. Un sistema di valutazione che escluda la discrezionalità e introduca parametri oggettivi di verifica, per far sì che davvero i migliori vengano premiati, creando un volano di efficienza che consenta alla pubblica amministrazione di dare il meglio di sé a costi contenuti. Una volta fatto questo, si potrà parlare di facilitare i licenziamenti. Ma non prima. E lo dico da cittadino oltre che da sindacalista, perché voglio essere certo che i miei soldi vengano impiegati per pagare persone competenti, affidabili e soprattutto che non devono niente a nessuno. Solo persone così possono dire di no.

Italo Bellotti.
RSU del Comune di Grugliasco

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