P.A. la Patria dell’Arbitrio?

Chi garantisce i diritti dei lavoratori pubblici? Voglio dire, esiste la possibilità di arbitrio e di discriminazione da parte dei dirigenti nei confronti dei dipendenti? Quando frequentavo l’università usufruivo dei permessi per studio, le famose 150 ore. Per usufruirne mi veniva chiesto di presentare una serie di documenti, in particolare per la frequenza dei corsi. Mi ero quindi preparato una tabella per ogni singolo corso, nella quale facevo apporre, tutti i giorni, la firma del professore. Se capitava che mi dimenticassi o che il professore fosse troppo occupato per adempiere al mio obbligo, era mia cura rintracciarlo in orario di ricevimento per rimediare. Se si rifiutava, magari perchè non ricordava di avermi incontrato qualche giorno prima a lezione, perdevo il diritto a usufruire di quelle ore di permesso. Conscio dell’importanza delle regole, me ne facevo una ragione. Proprio come il cittadino che, di fronte allo sportello che chiude inesorabile prima di servirlo, pensa che, in fondo, la stessa regola vale per tutti.

Ora le università sono più frequentate ma le regole non sono cambiate. Anzi, poiché le università telematiche sono state sotto i riflettori, miracolate dalle varie riforme gelminiane,la Funzione Pubblicae l’ARAN hanno deciso di uniformare rigidamente il campo di applicazione dei permessi per studio tra queste e le università classiche. In sostanza, poiché i permessi sono concessi solo per la “frequenza” ai corsi, gli studenti telematici, avvantaggiati dal fatto che potrebbero seguire i corsi a qualunque ora del giorno, sono obbligati a dimostrare che il corso per cui hanno usufruito del permesso non poteva essere “frequentato” al di fuori dell’orario di lavoro (quindi, senza utilizzare i permessi per studio). Una misura che, oltre a impedire discriminazioni tra studenti, mira al contenimento della spesa pubblica (i permessi, infatti, sono retribuiti).

Eppure, sembra che alcune pubbliche amministrazioni abbiano deciso di soprassedere sulla presentazione della certificazione richiesta dall’ARAN, con gran soddisfazione degli studenti telematici che, diversamente dagli altri, non devono dimostrare di aver seguito lezioni che, necessariamente, si svolgevano durante l’orario di lavoro.

Come se non bastasse, alcuni enti si sono spinti oltre. Pur utilizzando questa interpretazione di favore nei confronti degli studenti telematici, hanno deciso di invertire la rotta sull’utilizzo dei giorni di malattia per effettuare visite specialistiche. Qui, l’ex ministro Brunetta aveva previsto che fosse possibile utilizzare le ore di malattia per effettuare visite mediche specialistiche, ponendo due  condizioni: l’impegnativa del medico, la “giustifica” dello specialista. Ebbene, in questo caso qualcuno ha avuto l’ardire di emanare una circolare particolarmente “restrittiva” con cui si obbliga l’interessato a presentare una certificazione a cura della struttura sanitaria che dimostri che quell’esame non si poteva fare in orario non coincidente con quello di servizio: praticamente impossibile, visto che nessuna struttura si prenderà mai la briga di certificare una cosa del genere (provare per credere). E tanti saluti al diritto alla salute…

Insomma, dove si dovrebbe essere rigidi, inspiegabilmente si soprassiede, mentre ci si irrigidisce a sproposito e in modo del tutto gratuito dove la tutela di alcuni diritti dovrebbe imporre regole più sensate. Esiste una logica dietro comportamenti simili? Probabilmente qualcuno starà già pensando ai soliti favori, alle prebende, all’italietta che tutti conosciamo. Vorrei tanto poterlo smentire ma non ho le prove per farlo. L’unica cosa che posso dire con sicurezza è che in fondo, a pagare sono sempre gli stessi.

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