La spending review del sindacato

Occorre sfoltire la burocrazia cresciuta negli anni grazie alle cooptazioni e ai distacchi. Una moderna rappresentanza dei lavoratori deve partire dalle Rsu

Chiarisco subito che la mia simpatia per la Cgil è inserita in un trend discendente di cui, al momento, non riesco a vedere il fondo. Cresciuto in una famiglia di operai, un padre membro delle mitiche “Commissioni Interne”, antesignane delle ben più note Rsu, ho respirato la “lotta al padrone” fin dalla tenera età. Una decina d’anni passati a lavorare in fabbrica mi hanno poi insegnato che i moderni sindacati tendono ad anteporre la difesa delle loro prerogative alle conquiste più propriamente “operaie”. La successiva esperienza nel pubblico impiego, che dura da più di vent’anni, mi ha confermato quella sensazione. Ho sempre trovato stucchevole questa frenesia di mobilitazione per questioni macroeconomiche di livello nazionale, mentre a livello contrattuale si lascia passare di tutto, consentendo un’erosione dei diritti dei pubblici dipendenti che sembra non avere fine.

Ma non è di questo che voglio parlare. Il mio riferimento è l’articolo del segretario generale FP-Cgil Piemonte pubblicato ieri su queste colonne. Nulla da eccepire sulla valutazione di strategia e manovre dell’attuale governo, né sulle critiche al sistema degli sprechi. Anche se agli addetti ai lavori non può sfuggire il nesso tra appoggio parlamentare all’esecutivo e tendenze politiche del sindacato in questione. La questione degli sprechi può fornire, a mio avviso, le basi per una riflessione seria sui costi del sindacato per la collettività. Ormai sono alla portata di tutti coloro che hanno voglia di informarsi libri e articoli che sviscerano la materia in modo soddisfacente. A partire da Stefano Livadiotti, che con il suo “L’altra Casta” ha messo a nudo i conti dei sindacati della Triplice, dimostrando, cifre alla mano, l’enorme spesa sostenuta dalle finanze pubbliche per il finanziamento di certi apparati, oltre ai vari privilegi, in particolare pensionistici, riservati ad alcuni rappresentanti della categoria.

L’ultimo accenno alla questione è venuto dal governo in carica, che ha sbandierato per qualche giorno la proposta di un taglio delle ore di permessi sindacali del 10%. Qualche giorno, appunto. Poi più niente, a dimostrazione del fatto che quando il sindacato vuole stoppare qualcosa sul nascere riesce ancora a farlo. Quello che io propongo è un approccio laico alla questione. Chi ha praticato o pratica l’attività sindacale conosce benissimo l’utilità dei permessi e dei distacchi, così come ne percepisce gli abusi. Esistono persone stabilmente inserite in organici lavorativi che non hanno mai lavorato più di qualche giorno in tutta la loro vita, passando le loro giornate tra riunioni, convegni e incontri vari. Ora, come spiega Livadiotti, si tratta, nella sostanza, di un apparato considerato indispensabile dai sindacati ma completamente a carico della spesa pubblica. Vogliamo quindi parlare di tagli razionali? Bene, allora domandiamoci qual è stato l’apporto che questi apparati hanno prodotto negli ultimi vent’anni a favore dei loro iscritti e del mondo del lavoro in generale.

Ormai quasi tutti i lavoratori hanno capito che la perdita di potere d’acquisto, che è andata di pari passo con la crescita della disoccupazione, con la polverizzazione contrattuale e la progressiva perdita di diritti, non può non collegarsi anche all’attività dei sindacati più rappresentativi. Allora perché non pensare seriamente a “snellire” questi apparati, vista la loro sostanziale, acclarata inefficacia? Un buon inizio sarebbe quello di tagliare del 10% non i permessi (che sono indispensabili per coloro che non fanno i sindacalisti di professione e quindi meglio conoscono i reali problemi del posto di lavoro) ma i distacchi sindacali. Il distacco sindacale è quell’istituto che permette ad alcuni lavoratori di dedicarsi all’attività sindacale nelle sue forme più varie, continuando a percepire uno stipendio dall’ente nel cui organico rimangono inseriti. Si tratta, manco a dirlo, di cooptazioni, nel senso che quei personaggi, a differenza dei componenti delle Rsu, non sono eletti dai lavoratori ma chiamati nominativamente dal sindacato. Posto che per gli enti pubblici chi paga questi signori lo fa con soldi dei contribuenti, ad esempio, che bisogno c’è di mandare i cosiddetti “territoriali” (in distacco sindacale) a presenziare alle riunioni di delegazione trattante nei vari enti quando la presenza delle Rsu sarebbe più che sufficiente? E che dire della presenza dei suddetti anche alle riunioni delle Rsu?

Un ulteriore passo in avanti sarebbe costituito dal riconoscimento alla Rsu della possibilità di istruire vertenze e adire il giudice del lavoro in autonomia. Questo consentirebbe, tra l’altro, la maturazione dell’indipendenza di un organismo (la Rsu) per troppo tempo considerato dai sindacati come un semplice “presidio” degli stessi nelle aziende, mortificandone la vera natura, che è quella di rappresentare democraticamente i lavoratori. Da ultimo, ma non meno importante, sarebbe ora di pensare seriamente all’utilizzo del metodo elettivo anche per l’individuazione delle persone da utilizzare in distacco sindacale. Insomma, il sindacato avrebbe la possibilità, con poche ma incisive azioni, di partecipare attivamente alla spending review a cui i loro iscritti sono costretti, attraverso una riduzione delle spese in capo agli enti; inoltre, avvierebbe un’azione di democratizzazione dell’intero sistema che andrebbe a beneficio di tutti i lavoratori. In sostanza, il lavoratore deve avere la possibilità di eleggere, premiare o sanzionare colui o coloro che, per la loro attività, utilizzano risorse comuni.

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