I sindacati come i partiti

“Dobbiamo guardare avanti”. L’espressione è quella tipica utilizzata da politici e sindacalisti ogni qualvolta si faccia notare loro l’inutilità di certe pratiche, gli obiettivi mancati, molto più spesso i disastri combinati nel passato. E nel solco della tradizione, l’ottimistica affermazione è risuonata ieri, solenne, all’interno della Sala del Consiglio comunale di Grugliasco, occupata da quattro sindacalisti e una cinquantina di lavoratori. L’occasione era la presentazione dei motivi dello sciopero generale del pubblico impiego indetto da cgil e uil per il 28 settembre. Il convitato di pietra, nelle intenzioni dei sindacati, avrebbe dovuto essere soltanto il Governo. “Dei tecnici”, naturalmente.

Le argomentazioni a sostegno dell’iniziativa erano note, ma un’assemblea può servire a scaldare gli animi, a dare un nome ai “nemici” da combattere. E così, ecco arrivare i Tecnici, i Professori, artefici di quella “spending review” che tanto dovrebbe incidere sul lavoro pubblico. Tagli ai trasferimenti per gli enti locali, aumento delle tariffe e della tassazione locale, mobilità, esuberi, licenziamenti, precariato, fino ad arrivare alla minaccia dei diritti di cittadinanza e dell’autonomia dei comuni. Insomma, il repertorio completo del buon vetero – sindacalista era servito. Tutto rigorosamente ascritto al Governo Monti. Il che, per inciso, non è completamente sbagliato, bensì incompleto. Incompleto, perchè questo Governo è forte di una maggioranza parlamentare da far impallidire qualsiasi Governo repubblicano precedente. Ciò significa che le forze politiche attualmente rappresentate in Parlamento avrebbero potuto fermare quel decreto. Ma non l’hanno fatto. Le ragioni le conosciamo tutti, sia quelle manifeste (“l’Europa ce lo chiede” e via dicendo) che quelle reali (sempre meglio mettere le mani nei portafogli degli altri). Patetico, poi, andare a ripescare Tremonti e Brunetta, i cui obiettivi in questo campo sono stati raggiunti proprio da questo Governo – Parlamento.

Ma perchè, allora, attribuire tutte le colpe ai Tecnici?, Perchè non riflettere sull’utilizzo “allegro” del denaro pubblico da parte del Batman di turno? Perchè stigmatizzare la globalizzazione, il liberismo e le “privatizzazioni”, quando sappiamo che per i comuni “privatizzare” non significa mettere sul mercato i servizi, bensì affidarli a società pubbliche, nei cui Consigli di Amministrazione si sistemano amici e compagni di partito, che continuano a pesare sui bilanci degli enti? Domandava un dipendente.
Ed ecco arrivare il fatidico “dobbiamo guardare avanti” profferito dal sindacalista di turno. Come dire che il nemico l’avevano già portato loro, era Monti, in compagnia di Tremonti, Berlusconi, Brunetta; perchè chiamare in campo altri giocatori, rischiando di coinvolgere anche persone con la casacca sbagliata? Gli affidamenti in house, infatti, li fanno tutti, a destra e a sinistra; una società pubblica non se la nega nessuno, ma se sbandieriamo ai quattro venti che così si sottraggono risorse ai bilanci e si contribuisce allo snellimento degli organici degli enti a favore di quelli delle società, quindi delle assunzioni facili e del controllo dei CdA, allora il giocattolo rischia di rompersi. Rischiamo, cioè, di essere costretti a combattere questi nemici ai tavoli della contrattazione decentrata, a discutere davvero – e non facendo ricorso a vuoti proclami – delle politiche di bilancio degli enti, della destinazione delle risorse, magari davanti a un sindaco o un assessore del tuo stesso partito, o addirittura del tuo stesso sindacato. Troppo rischioso. E allora, guardiamo avanti.

L’impressione è quella di sindacati ormai superati, con un istinto pedagogico insopprimibile quanto inutile, vetusto, letteralmente fuori dai tempi. Sindacati che continuano a confezionare il nemico di turno per lavoratori che ormai conoscono i meccanismi di funzionamento della società, della politica e del mercato del lavoro meglio di loro. Sindacati che tentano di sopravvivere a dispetto del manifesto declino che li contraddistingue, incapaci di rinnovarsi, di rimettersi in gioco, vittime di logiche e personaggi che affondano il loro potere in un sistema consolidato, ma, fortunatamente, anch’esso in disfacimento.
Insomma, i sindacati come i partiti. Con la differenza che all’interno dei partiti si sta consumando un processo di tentato rinnovamento, nella speranza di riacquistare il consenso perduto. Tutto questo per merito di nuove forme di aggregazione politica, tanto vituperate quanto utili per rinnovare il Paese.
Lo stesso dovrebbe succedere per i sindacati. Per guardare realmente avanti.

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