Il sindaco e il vino buono

Dicono che un sindaco, accompagnato da qualche autorevole esponente della “macchina amministrativa” abbia convocato una riunione “operativa” presso uno dei Settori del “suo” Comune. Pare che, dopo una iniziale captatio benevolentiae incentrata sull’abbondanza di vino buono all’interno di quegli uffici, abbia cambiato decisamente tono, scagliandosi contro la presenza di qualche dose di aceto, pericolosissima per la buona tenuta del vino. Sembra anche che uno o due fra i presenti si siano permessi di chiedere a questo incauto Primo cittadino di fare i nomi di quel qualcuno che, evidentemente, egli aveva in mente, macchiatosi di chissà quale nefandezza, per meritare tanta attenzione. Dicono che, scaltramente, l’oratore ha glissato, affermando che si trattava di un discorso generale, senza soggetto specifico, e via dicendo.
Può darsi che sia davvero andata così. Ma ci sarebbe da stupirsi? Voglio dire, sarebbe normale una cosa del genere? Io dico di no, che non sarebbe normale, e per alcuni semplici motivi: in primo luogo, non è da escludere l’ipotesi che un sindaco organizzi una riunione per dire (provo a interpretare la metafora) che il tale ufficio è pieno di impiegati solerti e preparati, salvo poi affermare che eventuali “mele marce” vadano allontanate. Ritengo però insensato affermare, subito dopo, che si trattava semplicemente di un “discorso generico”.

Insomma, le mele marce ci sono o non ci sono? Perché parlare di aceto in una cantina piena di vino buono? In secondo luogo, non dimentichiamo che si sarebbe trattato di un ufficio comunale, quindi si sarebbe parlato di dipendenti pubblici. E questo cambia di molto le cose. Infatti, se un dipendente pubblico non fa il suo dovere, non è certo il sindaco a doversene occupare ma i Dirigenti, sennò che li paghiamo a fare? Diverso sarebbe se il dipendente in questione avesse, con il suo lavoro, “pestato i piedi” a qualcuno così importante da dover chiamare in causa nientemeno che il sindaco in persona.
In questo caso, però, il sindaco non solo avrebbe avuto torto, ma sarebbe caduto nel più grande degli equivoci, macchiandosi del peggiore dei comportamenti per un amministratore pubblico. Perché se il dipendente avesse pestato i piedi a qualcuno violando la legge, allora avrebbe dovuto essere denunciato alla magistratura seduta stante. Se, invece, il dipendente avesse pestato i piedi a qualcuno nell’esercizio legittimo del proprio dovere, allora avrebbe dovuto essere annoverato tra le bottiglie di vino buono.

Non solo. Se, a seguito di questa fantomatica perorazione, un dipendente fosse stato poi allontanato dal suo posto di lavoro originario, allora i suoi colleghi avrebbero avuto l’obbligo di denunciare il tutto alla magistratura.
Io l’avrei fatto. Ma gli atti di coraggio non sono da tutti.

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