Ken Loach e il “Bread & roses” sabaudo

Leggere il comunicato stampa con cui il regista inglese Ken Loach ha dichiarato di “rifiutare il premio che [gli] è stato assegnato dal Torino Film Festival”, ma soprattutto le motivazioni a supporto di questa scelta, ha destato in me sentimenti contrastanti. C’è il dispiacere per l’accusa, diretta e inequivocabile: “A Torino sono stati esternalizzati alla Cooperativa Rear i servizi di pulizia e sicurezza del Museo Nazionale del Cinema (MNC). Dopo un taglio degli stipendi i lavoratori hanno denunciato intimidazioni e maltrattamenti. Diverse persone sono state licenziate. I lavoratori più malpagati, quelli più vulnerabili, hanno quindi perso il posto di lavoro per essersi opposti a un taglio salariale.”; cioè l’accusa di una pratica imprenditoriale con il sapore dei tempi andati, quelli dei  “padroni del vapore”, epoca in cui il sistema dei diritti dei lavoratori era di là da venire, con tutti i sacrifici che costerà a milioni di persone, certe di lavorare, scioperare, manifestare e soffrire per la sacrosanta creazione di un futuro mercato del lavoro e non dei lavoratori. E proprio da questa considerazione nasce lo scoramento più profondo: l’incontestabile realtà che ci vede tornati indietro nel tempo, restituendo una terribile attualità ai nostri libri di Storia.

Nel consigliare la lettura di questo articolo, gentilmente segnalatomi da un amico bene informato, mi permetto di segnalare un ulteriore, forse ancora più profondo, senso di disagio rispetto alla vicenda. E questo è dettato dalla constatazione della sostanziale inutilità raggiunta dal sindacato in Italia. Come è possibile che anni e anni di lotte portate avanti dalle generazioni che ci hanno preceduto abbiano visto cancellati i risultati ottenuti? Come è possibile che nel XXI Secolo si possa ancora parlare di vicende del genere? Non sarebbe meglio pensare finalmente a un sindacato realmente svincolato dalla politica, che utilizzi la forza contrattuale dei lavoratori come lobbie, capace di contrastare sul nascere le decisioni del Legislatore, anziché subirle promettendo di ribaltarle attraverso lo sciopero?
Insomma, un sindacato che pensi più ai lavoratori e meno alle poltrone, attuali e future. Per evitare ai lavoratori l’umiliazione, ulteriore, di dover chiedere rappresentanza a tutte le sfere della società, compresa quella dell’arte.
Perché non si vive di solo pane.

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