La carriera come lavoro

Quando la scelta è tra il lavoro e la carriera. Un’analisi semiseria di sociologia del leccaculo.

https://encrypted-tbn2.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcTrW8WYfgCIYfoDGtdxPNPmh6skPsCHSDMBNXLHEKY94ea9zTCkUno degli assunti fondamentali della legge che governa le arrampicate negli organigrammi aziendali è ormai accettato anche dalla comunità scientifica e possiamo declinarlo nel modo seguente: una volta giunto nell’agognato mondo del lavoro, a chiunque si impone una scelta precisa tra il lavoro e la carriera. Sembra un’affermazione strampalata e fors’anche logicamente inafferrabile ma ha un suo fondamento – appunto – scientifico.
E’ infatti evidente a chiunque abbia lavorato all’interno di un’organizzazione aziendale che la carriera ha un costo, in termini di impegno personale, che pochi sono disposti a sostenere: esso spazia dalla pianificazione della strategia, alla definizione delle tattiche, fino all’attuazione del piano fin nei minimi particolari. I più puntigliosi, detti pianificatori, arrivano addirittura alla stesura di un “piano b”, frutto di una visione alternativa mirante allo stesso obiettivo; altri, arricchiti da un patrimonio genetico programmato in tal senso, sono i cosiddetti intuitivi, termine non proprio azzeccato per evidenziare un innato istinto allo sgomitamento soft, quello portato avanti con modi gentili e un sorriso sempre in primo piano. Ma i cosiddetti creativi, quelli con la maggior probabilità di riuscita, optano per una strategia di tipo adattivo, capace di  piegarsi alle novità sempre in agguato, ai colpi di coda dei consigli d’Amministrazione, così come alle paturnie dei loro superiori. Caratteristica comune a tutte le tipologie rimane quella, indispensabile, dell’assoluta sottomissione al più forte, spesso bilanciata dall’esercizio feroce del potere sul più debole.

Qualcuno sostiene che la dimensione dell’azienda sia fondamentale, almeno per la buona riuscita di qualunque delle  strategie sopra descritte. Altri, supportati da grafici e tabelle, sono riusciti a predire i risultati, in termini di obiettivi raggiunti, stabilendo delle correlazioni tra tipologia del carrierista e dimensione dell’azienda. Senza entrare nello specifico, possiamo dire che i pianificatori hanno gioco facile nelle piccole aziende, gli intuitivi vincono nelle grandi organizzazioni, mentre i creativi, forti della loro capacità di adattamento, possono sbaragliare chiunque, ovunque si trovino.

E’ chiaro che la pubblica amministrazione vive una situazione inflazionistica di carrieristi di quest’ultimo tipo. Non che le altre due categorie non siano rappresentate; semplicemente, le difficili condizioni ambientali del lavoro pubblico rappresentano il terreno più idoneo alla strategia adattiva. I fattori politici, infatti, quasi assenti nelle aziende private, sono fonte di continue necessità di adattamento, di cambi di rotta, nonché di compromessi dai pesanti risvolti personali, che solo i più scaltri riescono a prevedere e accettare senza fare una piega.
Insomma, tolti di mezzo i pregiudizi che dipingono il carrierista come colui che è semplicemente disposto a mettere da parte orgoglio e dignità per entrare nelle grazie del proprio superiore, oppure che gli attribuiscono la sola dote tipica del voltagabbana, o ancora lo tacciano di mero opportunismo, ritengo che la sociologia delle organizzazioni dovrebbe intensificare il proprio interesse verso un fenomeno affatto evidente: per poter fare carriera occorre avere molto tempo libero e questa frazione di tempo occorre sottrarla necessariamente al lavoro. Per questo possiamo affermare che la carriera, di per sé, è già un lavoro. E che lavoro!

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