Buona idea “Fermare il declino”

Un mio articolo pubblicato su “Lo Spiffero”

Giannino e la sua formazione meritoriamente vogliono scardinare i triti luoghi comuni. Ma nel programma non convince la parte relativa al mercato del lavoro, in particolare laddove si propone la privatizzazione del pubblico impiego. Vi spiego il perchè

Considero Fermare il Declino l’unica vera novità di rilievo nell’asfittico panorama politico italiano. Importante per l’originalità della proposta (seriamente liberale e liberista) ma anche per il coraggio che dimostra nel tentativo di scardinare luoghi comuni ormai triti, atti a dipingere il cosiddetto neoliberismo come il responsabile della crisi che stiamo attraversando. Non sta a me spiegare compiutamente l’assurdità di simili affermazioni, ma chiunque abbia aperto almeno una volta un manuale di economia troverà impossibile scorgere traccia di politiche realmente liberiste (figuriamoci neoliberiste) nel nostro sfortunato Paese. Fatta questa sincera premessa, che mi auguro non venga scambiata per una formale captatio benevolentia, gli amici di Oscar Giannino non me ne vorranno se proverò a discutere in modo propositivo un punto del loro programma che, a mio avviso, avrebbe potuto essere diversamente declinato.

Più in particolare il punto 5, dedicato al mercato del lavoro, ne ribalta l’ottica attuale proponendo sussidi di disoccupazione e strumenti di formazione come alternativi alle attuali tutele (che poi, alla lunga, non hanno mai funzionato) del posto di lavoro e delle imprese inefficienti. E fin qui, nulla da dire. Anzi, l’idea che finalmente l’imprenditoria possa affrancarsi dagli aiuti di stato non può che essere condivisa, in un mondo che si autoproclama da tempo come basato sulla competitività; così come l’idea di trasformare la flessibilità in momento di riqualificazione e crescita personale è rivoluzionaria (da noi) rispetto ai sempre più vuoti slogan di tipo (realmente) conservatore. L’idea, però, che “Il pubblico impiego [debba] essere governato dalle stesse norme che sovrintendono al lavoro privato introducendo maggiore flessibilità sia del rapporto di lavoro che in costanza del rapporto di lavoro” presenta, a mio avviso, più di un vulnus, se non propriamente declinata. Il processo di privatizzazione del pubblico impiego ha trovato il suo culmine nell’adozione del D.Lgs. n. 165 del 2001, che ne ha profondamente innovato la disciplina sostanziale e, come conseguenza, di rito e giurisdizione. Esso ha devoluto alla cognizione del giudice ordinario tutte le controversie attinenti alla gestione del rapporto di lavoro alle dipendenze della PA, con l’esclusione delle procedure concorsuali relative all’assunzione (cadute ormai in disuso in buona parte della pubblica amministrazione).

Con la privatizzazione del pubblico impiego, dunque, si è passati, sotto il profilo della disciplina dei rapporti di lavoro alle dipendenze della PA, da un assetto regolato da fonti normative pubblicistiche ad un assetto che, per espressa previsione di legge, è regolato dalla normativa giuslavoristica comune. Dunque, fatta eccezione per alcune categorie (magistrati – per fortuna – e altri) l’armonizzazione normativa tra lavoro pubblico e privato è già avvenuta. Di più, non è difficile trovare norme peggiorative per la condizione dei dipendenti pubblici rispetto a quelli privati; basti pensare alle fasce orarie di reperibilità durante i periodi di malattia (più lunghe per i pubblici) o, ancora, l’impossibilità per i travet di usufruire del proprio t.f.r. (mentre i lavoratori privati possono, ad esempio, chiederne degli anticipi, alla bisogna). Quello che manca, in realtà, è la consapevolezza di aver commesso un grave errore, proprio attraverso questo tipo di privatizzazione del pubblico impiego. Come ho già avuto modo di evidenziare anche attraverso questo giornale, il sistema che si è venuto a creare in Italia è del seguente tipo: il politico nomina il dirigente, che diventa il vero e proprio datore di lavoro. Questi si sceglie i collaboratori (ma vuoi che non “senta” prima il politico?) ed è nelle sue mani anche la distribuzione del premio di produttività (ma vuoi che non si consulti prima con il politico?), così come la carriera di tutti i “suoi” dipendenti (e anche qui…). Tutto questo senza dover rendere conto a nessuno, se non al politico che l’ha nominato. Il quale farà di tutto per far apparire la sua come la migliore delle scelte.

Questo sistema non può funzionare (e l’esperienza ce lo insegna) se non si inseriscono alcuni correttivi. Il primo, indispensabile, è quello della valutazione esterna e indipendente dei dirigenti, che deve essere fatta seriamente e prevedere norme sanzionatorie inflessibili che culminino tranquillamente nel licenziamento, non solo per il mancato raggiungimento degli obiettivi (com’è attualmente previsto anche se mai attuato), bensì anche per il modo in cui si raggiungono eventualmente gli obiettivi. La pubblica amministrazione, infatti, soggiace a norme – anche costituzionali – che possono essere ignorate o eluse dall’imprenditore privato, ma che connotano la personalità super partes del soggetto pubblico (basti pensare al principio di imparzialità) e alle quali non possiamo permetterci di rinunciare. Queste valutazioni indipendenti devono inoltre interessare anche le decisioni che il dirigente assume in qualità di datore di lavoro, giacché le scelte operate in questo ambito (come abbiamo visto, ormai privatistico) hanno dei risvolti nelle finanze pubbliche che non si possono ignorare. Se facilito la carriera di un deficiente solo perché dice sempre di sì o perché è amico del politico di turno, alla lunga mino alla base l’efficacia, l’efficienza e anche la competitività dell’ente in cui opero, provocando un danno alle finanze pubbliche, all’immagine dell’ente e all’intera collettività.

Va da sé che il secondo, indispensabile correttivo è quello della massima trasparenza. L’organo valutatore deve avere la possibilità di verificare atto per atto se le scelte effettuate sono state le migliori; i lavoratori devono essere messi in condizione di contrastare eventuali iniquità (anzi, eventualmente di denunciarle come atti contro la pubblica amministrazione); i cittadini devono poter accedere con facilità a tutta la filiera delle decisioni, in modo da poter giudicare se il politico che hanno sostenuto merita ancora il loro voto oppure un calcio nel sedere. Insomma, questo malcelato spoil system nostrano non può funzionare e una buona fetta di questo declino gliela possiamo attribuire senza tema di smentita.

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