Sulle ali della cultura

I cosiddetti “laureifici” passati al setaccio di una commissione ministeriale, che dichiara “out” gli Atenei on line

Libro aliLe Università telematiche italiane non sono all’altezza. E finché lo dice un cretino qualunque, tutti si sentono autorizzati a fare spallucce. Ora, però, abbiamo una certificazione ministeriale, che così efficacemente riassume: «I laureati delle università telematiche hanno una minore preparazione rispetto ai laureati delle università convenzionali».

Per arrivare al giudizio finale, la Commissione ministeriale ha passato al setaccio le attività didattiche e quelle amministrative delle sette Università telematiche riconosciute in Italia, stilando una lista impietosa di carenze che va dall’assenza di “criteri determinati e chiari” per la valutazione qualitativa dell’offerta formativa, alla mancanza di una regola per l’istituzione delle scuole di dottorato e nessuna chiarezza nel passaggio di docenti e ricercatori alle università tradizionali. Le telematiche, oltre a far partire l’anno accademico in qualunque momento della stagione, secondo la commissione organizzano esami e danno crediti “non idonei a garantire il raggiungimento delle previste competenze”. La Pegaso, aveva già scritto l’Anvur, “rischia di produrre titoli legali il cui contenuto non è comparabile con quello delle altre istituzioni universitarie”. Per non parlare delle attività di laboratorio, che le “online” non hanno, o hanno in maniera inadeguata.

Il ministro Maria Chiara Carrozza, a sintesi del lavoro, ha affermato: «Basta alle deroghe per le telematiche. Devono avere regole certe come le università tradizionali, devono seguire criteri stringenti per l’accreditamento e il reclutamento del personale docente. Dobbiamo poter valutare, con gli stessi criteri validi per le università tradizionali, l’efficacia e l’efficienza dei corsi impartiti. Lo faremo nel prossimo piano triennale». Elemento di ulteriore preoccupazione è proprio quello relativo alla valutazione dei corsi, che per le università telematiche viene effettuato solo a priori, mai dopo.

Insomma, una buona notizia per chi si è laureato frequentando università tradizionali, faticando sui libri più che sulle dispense, ma una constatazione preoccupante per le aziende e le istituzioni che impiegano o impiegheranno persone che – stando a quanto sostiene la commissione ministeriale – posseggono titoli legalmente equivalenti a quelli tradizionali ma sostanzialmente di livello inferiore. Chi ne controllerà il contenuto?

Consoliamoci evidenziando una nota positiva: nessuno degli atenei telematici ha mai attivato un corso di laurea in medicina. E considerando l’attenzione al mercato a cui sono costrette le aziende private, possiamo confidare che prima di assumere una persona ne valuteranno le competenze reali. Rimane quindi soltanto una possibile collocazione per questo tipo di laureati: la pubblica amministrazione. Tanto, da quelle parti, l’incompetenza è sempre premiata.

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