La bella (produtti)vità

Finta produttività.

Il tempo di ordinare alcuni oggetti sulla scrivania, una rapida occhiata alla posta, e ora eccomi pronto a rispondere alle tue domande. Ti chiedo di non rimproverarmi per la lunga assenza, per la quale non trovo spiegazioni ma solo scuse, che ti risparmio in onore della stima che provo per te. Piuttosto, cerca di rallegrarti del fatto che ho preferito mettere in coda le numerose lettere a cui dovrò comunque rispondere, per soddisfare la tua richiesta, declinata con fare impacciato davanti ad un caffè.

Dunque, mi racconti che nel comune presso cui lavori è (finalmente) arrivato il momento in cui vengono distribuite le risorse del Fondo per la produttività. Ti lamenti del ritardo, ma posso garantirti che sono molti gli enti che non sono in grado di rispettare i tempi, in genere a causa dell’incompetenza di dirigenti e funzionari, a volte perché la politica detta priorità diverse.
Mi trovi invece d’accordo sul giudizio di scorrettezza riguardo al procedimento seguito dal tuo ente.

Ma andiamo con ordine. La vecchia solfa che condannava la distribuzione “a pioggia” degli incentivi economici al personale, invocando una premialità “selettiva” a vantaggio dei “migliori”, è diventata legge. Gli enti sono quindi obbligati a pagare gli incentivi attraverso un procedimento preciso, che passa per la valutazione del lavoro delle persone. Sempre per legge, la valutazione deve essere fatta sul raggiungimento di obiettivi (predeterminati – ovviamente) di cui il lavoratore deve essere messo a conoscenza. Al termine dell’anno lavorativo, si deve valutare la corrispondenza tra gli obiettivi raggiunti e quelli assegnati, in modo da avere un parametro preciso di riferimento per il calcolo degli emolumenti da distribuire.

Il procedimento è piuttosto chiaro e prevede sanzioni per i dirigenti che non riescono a metterlo in atto. E qui si inceppa tutto. Infatti, anche quando i dirigenti non sanno fare il loro mestiere, sanno benissimo prendere per il naso i cittadini e i politici da cui dipendono, inventandosi mille “gabole” per coprire le loro magagne.
Il sistema utilizzato nel tuo ente sembra rivestire tutti i crismi del procedimento truccato, a danno di lavoratori e contribuenti, ma a difesa degli interessi dirigenziali.
In sostanza, ti hanno appena chiesto di compilare un modulo in cui dichiari di aver partecipato a decine di “progetti volti al miglioramento della produttività”; progetti che ricordi benissimo di non aver mai sentito nominare ma che sono i soli a consentirti di “certificare” la tua solerzia nel lavoro. Tutta roba inventata, sia chiaro, ma che non puoi rifiutarti di firmare, pena la tua esclusione dal “giro” della produttività, che ti lascerebbe a secco dei pochi quattrini che potresti recuperare.

Sono molte le cose che ti fanno incazzare. Ad esempio, il fatto che la norma prevede espressamente che gli obiettivi vanno “assegnati” in anticipo, quindi i progetti avrebbero dovuto esserti noti, se ci fossero davvero stati. Invece, nessuno ti ha mai detto nulla sugli obiettivi da raggiungere, tantomeno sui progetti a cui avresti dovuto partecipare. Inoltre, non essendoci parametri di riferimento precisi, è chiaro che ogni dirigente potrà distribuire le risorse a disposizione decidendo in completa autonomia (salvo la certificazione “a posteriori”) quale lavoratore premiare. E tu, sicuramente, saprai già nomi e cognomi. Ancora, ti indigni al pensiero che in alcuni di quei “progetti” riconosci una parte del tuo lavoro ordinario, che la comunità pagherà di più e senza una ragione valida.

Credimi se ti dico che capisco perfettamente il tuo stato d’animo. So benissimo che, a dispetto della vulgata comune (non sempre ingiustificata), esistono anche lavoratori pubblici che vivono pienamente il loro ruolo di “civil servants”; che credono nell’importanza del loro ruolo sociale; che si rifiutano di concorrere alla flessione delle regole a vantaggio di pochi e a danno di molti; che antepongono il loro senso civico alle brutture della logica del favore.
Poi ci sono gli altri. Quelli più famosi, che fanno notizia solo perché vengono beccati con le mani nel sacco, gettando fango su tutti gli altri.

Ancora, non chiedermi perché i contribuenti preferiscano accorgersi solo dell’esistenza di questi ultimi. Non saprei neanche dirti se la seconda categoria superi in numero la prima. Quello che so per certo è che la prima categoria è ben rappresentata, e tu ne sei un fulgido esempio.

Riguardo alla tua indignazione, invece, mi permetto di rassicurarti. Anziché a una distribuzione di risorse basata su princìpi obiettivi e sindacabili, si assiste a una distribuzione mirata a prescelti, a “nominati”. La vedi l’analogia? Ora, se siamo riusciti ad accettare così a lungo di farci governare da una classe politica selezionata dall’alto e ormai sottratta anche all’investitura democratica, credimi, continueremo a digerire anche le storture del pubblico impiego. Magari prendendocela con le ultime ruote del carro. Da buoni Italiani.

Con affetto.

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