Il “latinorum” grugliaschese

Una volta si faceva un uso mistificatorio della cultura per ingannare i semplici. La nuova casta, invece, ne ricava solo brutte figure.

Lavagna«- Sapete voi quanti siano gl’impedimenti dirimenti?
– Che vuol ch’io sappia d’impedimenti?
Error, conditio, votum, cognatio, crimen, cultus disparitas, vis, ordo, ligamen, honestas, si sis affinis,…- cominciava don Abbondio, contando sulla punta delle dita.
– Si piglia gioco di me? – interruppe il giovine. – Che vuol ch’io faccia del suo latinorum
Il celebre dialogo tra Don Abbondio e Renzo Tramaglino, che si conclude con il sostanziale rifiuto del primo di unire in matrimonio i Promessi sposi, è diventato emblematico di un uso mistificatorio della cultura come strumento per ingannare e prevaricare i semplici. Il prete poteva star certo che Renzo non conosceva il Diritto canonico, tantomeno poteva masticar di latino; la sua condizione sociale, insomma, lo escludeva a priori da determinate conoscenze. Allo stesso modo, la posizione di Don Abbondio era garanzia di un livello di cultura superiore.

Da allora molte cose sono cambiate e le differenze sociali rispecchiano sempre meno quelle culturali.
Tuttavia, è altrettanto frequente scontrarsi con un’ottusa pretesa, da parte di alcuni funzionari pubblici, relativa ad una loro superiorità intrinseca, di origine quasi divina, nei confronti degli utenti o dei sottoposti, ai quali devono (rectius: vorrebbero) far pesare le loro sterminate conoscenze, anche al di fuori del loro campo specifico.
Questo è il caso, ad esempio, di alcuni funzionari del Comune di Grugliasco.

Qualche tempo fa pubblicavo un post (leggi qui) che rendicontava il provvedimento disciplinare più strambo nella storia della pubblica amministrazione: due dipendenti del Comune di Grugliasco venivano perseguiti per essersi rifiutati di abbandonare il posto di lavoro e per voler a tutti i costi tener fede agli impegni contrattuali contro la volontà del Dirigente del loro settore il quale pretendeva che se ne tornassero a casa prima dell’orario stabilito, lasciando sguarnito l’ufficio. Non contenti dell’assurdità della faccenda, l’Ufficio disciplinare decideva di “graziare” uno dei due lavoratori e di sanzionare l’altro.

Ce ne sarebbe di che incazzarsi oltre misura, certo, ma la cosa che ho trovato più umiliante nella vicenda non risiedeva tanto nel fatto in sé, quanto nelle modalità con cui era stato perpetrato. Tra queste, spiccava un’orrenda citazione latina riportata più volte negli atti del provvedimento, a firma dell’Ufficio disciplinare, che tradiva l’inconfondibile spocchia di cui sono soliti macchiarsi coloro che si sopravvalutano impunemente. Quei dirigenti e funzionari, per capirci, di cui abbiamo parlato prima. La frase è sempre più o meno la solita e l’errore, ripetuto, sempre lo stesso: «[…] disposizioni inerenti la gestione del rapporto di lavoro […] invece ascrivibili all’esercizio del potere direttivo “ius privatorum” in capo al Datore (maiuscolo, mi raccomando, n.d.r.) di lavoro pubblico.»
Quello che voleva dire il nostro colto funzionario era che da qualche tempo, ormai, alcuni aspetti del rapporto di lavoro pubblico son normati dal diritto privato. Il che è sostanzialmente giusto, ma la citazione latina è sbagliata. Grossolanamente sbagliata.

Io non sono un letterato, né posso considerarmi un intellettuale, ma anch’io a scuola ho avuto la mia dose di latino. Quando serve ne faccio anche uso, che diamine, però non sopporto chi finge di aver studiato quando invece ha fatto altro.
Ius privatorum? Ma come, caro funzionario, mi utilizzi il complemento di mezzo e lo declini al nominativo? Ma no, benedetto, lì ci vuole l’ablativo iure. Ma sì, ti dico, il latino ha le declinazioni, ius, iuris e via dicendo. E posso anche capire che in qualcuno dei libri di Diritto che hai sfogliato tu abbia trovato scritto talvolta ius privatorum, ma era sicuramente un caso diverso, da nominativo, insomma. Nel caso da te riportato, invece, la dicitura esatta sarebbe stata iure privatorum.

Non gliel’ho mai detto apertamente (immaginate come sarebbe andato a finire quel procedimento, già preda del più libero arbitrio) ma mi sono premurato di far girare la voce, l’ho riferito anche ad altri funzionari dell’Ufficio, i quali non mi hano creduto, e hanno fatto male, perché se le conoscenze le socializzi l’azienda non può che trarne beneficio.

Infatti, qualche giorno fa mi è capitato di leggere una delibera della Giunta comunale di Grugliasco, dove i dottori sembrerebbero non mancare, in cui è ripetuto lo stesso identico errore: «di prendere definitivamente atto del superamento del passaggio dalle politiche “normative pubbliche” di amministrazione del personale a quelle incentrate sui concetti di gestione e sviluppo delle risorse umane “ius privatorum”». Di nuovo, il nominativo al posto sbagliato. Sempre ben virgolettato e in corsivo.

Una bella delibera di indirizzo alla Parte Pubblica su come (mal)trattare i lavoratori e i loro rappresentanti, con cui ci si appropria totalmente della contrattazione integrativa, e per giunta sgrammaticata. In modo del tutto gratuito.
Passino pure gli errori di Italiano, quando sono semplici sviste, ma almeno evitiamo di renderci ridicoli dando per scalate vette che non sono alla nostra portata.
E se proprio non riuscite a fare a meno di infarcire i vostri atti con citazioni in lingue a voi sconosciute, vi facciamo dare un consiglio dallo stesso Don Abbondio:
“Dunque, se non sapete le cose, abbiate pazienza, e rimettetevi a chi le sa.”

Italo Bellotti
RSU del Comune di Grugliasco

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