Gli imprevedibili costi dei politici. Anche quelli della porta accanto

L’incidenza dei costi dei politici sulle finanze di noi cittadini ha superato la soglia della normale sopportazione già da tempo. E a quelli palesi e occulti occorre aggiungere  i costi delle inefficienze di mercato legate alla politica.

Tasche vuoteContrariamente alla narrativa di regime, è nota a chiunque la riluttanza dei politici di professione nei confronti del lavoro propriamente detto, quello che produce ricchezza per il Paese. Pressione fiscale da record e incidenza del costo della vita dell’80 per cento sugli stipendi medi stanno lì a dimostrare che loro, i politici, sono molto più avvezzi a sperperarla, quella ricchezza, anziché produrla. Quello a cui nessuno di noi normalmente pensa, e che viene opportunamente taciuto dal mainstream dell’informazione, è che l’incidenza dei costi dei politici sulle finanze di noi cittadini ha superato la soglia della normale sopportazione già da tempo. Solo che non lo sappiamo o non lo valutiamo correttamente, perchè quando si tocca questo discorso, in genere, si fa riferimento ai più generici costi “della politica” e non “dei politici”. In questo modo si opera una pericolosa (ma funzionale per il sistema) spersonalizzazione del problema.

La politica, infatti, è una categoria, un costrutto; rimane sempre qualcosa di impalpabile, estraneo al mondo sensibile. La nostra atavica demotivazione ci ha portato ad accettarla supinamente, come un “qualcosa” che sappiamo con certezza ingombrare la nostra vita quotidiana, così come la nostra esistenza; e la sua incorporeità e la sua astrattezza ci convincono della sua ineluttabilità. Ma se proviamo a cambiare prospettiva, scopriamo che la politica si reifica nei suoi protagonisti, si personalizza, acquista corpi e volti, sembianze umane. Tramite un semplice esperimento mentale, ciò che generalmente (e genericamente) ascriviamo alla politica possiamo concretizzarlo nelle persone che, di volta in volta, prendono posto nelle sterminate caselle messe a disposizione dalla politica stessa. I politici, appunto.

E queste caselle sono davvero tante. Un rapporto UIL del 2011 stimava i costi “della politica” (che noi tradurremo opportunamente in costi “dei politici”) in più di 23 miliardi di euro. Una cifra spaventosa per foraggiare un totale di più di un milione di persone che vivono di politica, cioè di politici, secondo la nostra accezione. Il tutto per un totale di circa 757,00 euro di spesa pro capite per ogni cittadino italiano. Per molti, uno stipendio. Tutto a disposizione dei politici.

La cosa si fa ancora più interessante se, oltre a quelli che vengono chiamati costi diretti e indiretti (per distinguere, ad esempio, tra indennità del sindaco e costi dell’auto di servizio, o stipendio del medesimo sindaco come portaborse di un altro politico) aggiungiamo quelli che potremmo chiamare i costi “occulti”. Tali sono, ad esempio, i costi dovuti alle inefficienze di un sistema irrimediabilmente allo sbando, ormai sprofondato nella melma soffocante della mediocrità, del rifiuto ostinato del merito e della omertosa solidarietà tra gruppi di potere e di partito. Una legislazione scellerata ha consegnato, negli anni, l’intera pubblica amministrazione nelle mani dei partiti, consentendo l’aggiramento degli ostacoli legislativi che impedivano l’assunzione diretta di personale vicino ai politici imponendo concorsi il più possibile oggettivi. Così, col passare degli anni, i politici hanno cominciato ad assumere in via diretta i propri collaboratori di staff, per poi passare alla loro stabilizzazione attraverso concorsi ad hoc, per ottenere i quali i sindacati hanno mosso mari e monti.

E se le cosiddette stabilizzazioni non bastano, ci sono sempre le società pubbliche, veri e propri serbatoi di trombati della politica, di privilegiati con incarichi plurimi, nonché di amici e parenti dei politici di turno. Non per niente il loro numero è cresciuto a dismisura, suggerendo alle autorità contabili di intervenire per porre un argine al fenomeno. Inutile dire che l’intervento è stato bellamente ignorato dagli enti locali. Aggiungiamo, ancora, i meccanismi fortemente anti meritocratici in auge nelle pubbliche amministrazioni, dove i dipendenti devono prestare più attenzione a piacere al proprio capo e/o al politico di turno che non allo svolgimento delle prorpie mansioni in ottemperanza ai principi costituzionali di buona amministrazione. Questa serie di fenomeni ha letteralmente ingessato la pubblica amministrazione, sprofondandola in una spirale di “cattive pratiche”; costringendola ad fare a meno delle eccellenze e dei meccanismi meritocratici; riducendola a un’enorme, lenta e traballante macchina che trascina nei suoi cigolanti ingranaggi i diritti dei cittadini, stritolandoli con un’indifferenza che solo la peggiore ottusità può generare.

Ma il fenomeno è ancora più vasto di quanto si creda. Ci sono ancora, infatti, i costi delle inefficienze di mercato legate alla politica. Ad esempio, l’assegnazione di opere pubbliche a imprese che fanno capo direttamente o indirettamente (alcuni casi clamorosi riguardano favori tra consorti) ai politici. Uno studio del 2009  mette in evidenza la distorsione generata dalla connessione tra politica e impresa privata in Italia, analizzando semplicemente la performance delle aziende in cui lavorano persone elette nelle amministrazioni locali. La conclusione è che l’incremento dei profitti di queste aziende dopo le elezioni è stato in media del 5%, con punte più elevate nei luoghi geografici e nei settori altamente dipendenti dalla domanda pubblica. Non c’è bisogno di spiegare l’inevitabile distorsione nell’uso delle risorse pubbliche e quindi del costo per la collettività.

Calcolare l’onere finanziario a carico dei cittadini, dovuto all’inefficienza generata da tutti questi fenomeni è praticamente impossibile, anche se possiamo tranquillamente affermare che esso supera di gran lunga quei 757,00 euro di cui abbiamo detto. Ma qualcosa, per cominciare a cambiare, la possiamo fare. D’ora in avanti, ogni volta che incontriamo un politico, a partire dal vicino di casa o dal cugino che abbiamo votato per i più svariati motivi, pensiamo a quanta parte del nostro stipendio ci togliamo tutti i giorni dalle tasche per permettergli di attendere alla sua carica, magari senza adempiere al suo mandato. Ancora, torniamo con la mente alle inefficienze che egli potrebbe generare nel sistema, persino ponendo le condizioni per la perdita del nostro posto di lavoro, spesso a vantaggio di qualcuno che invece è ben introdotto nel “giro giusto”.

Lo stesso meccanismo dovremo mettere in atto ogni volta che ci recheremo alle urne (se ancora ce lo concederanno), cercando di guardarci dai simboli e di verificare, innanzitutto, se chi ci sta chiedendo il voto possa essere stato in qualche modo artefice della crisi del sistema, anche solo per essere stato semplicemente a guardare, da noi lautamente retribuito senza aver fatto un bel niente per meritarselo. Chiediamo conto, pretendiamo trasparenza, impariamo a verificare l’effettiva messa in opera degli infiniti proclami di cui ci inondano questi stipendiati da noi cittadini.

Insomma, decidere di votare o semplicemente favorire un politico nella speranza di trarne un vantaggio, di entrare nel “giro giusto”, non deve farci perdere di vista i costi certi di una scelta sbagliata, oltre al danno sociale che sicuramente ne conseguirà.

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